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Il Portoghese
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Con questo termine, nel recente passato - nell’uso comune - non si indicava solo un popolo, tra l’altro fantastico, ma si andava a definire chi, con grande faccia tosta, utilizzava i mezzi di trasporto senza pagare il biglietto; oppure, “autoreferenziandosi”, si presentava a feste, cene e convegni, mettendo in conto che, se scoperto, portava a casa una gran quantità di “schiaffoni”.
Il termine, oramai desueto, ai nostri giorni è stato sostituito con il più moderno “imbucarsi”. Ma torniamo al passato. Vorrei precisare che il comportamento (quello del portoghese, è chiaro) nel “c’era una volta” era dettato dalla fame e dalla mancanza di denaro e, ad onor del vero, c’è da ricordare che grandi registi e grandi attori hanno cercato di sdrammatizzare e ridicolizzare questo modo di fare, ma con poco successo. Con l’ingresso nel terzo millennio, credevo che questo modo di fare fosse scomparso, ma così non è. Le grandi città si prestano meglio all’azione del “portoghese”. Roma (non unica) con la sua millenaria flemma, è teatro ancor oggi dell’azione di questi “tangheri”. Sono stato testimone diretto, tre anni fa, durante un Convengo di Apicoltura, all’ingresso di una coppia, persone ben distinte, che sono state sedute nel salottino adiacente all’Auditorium e che all’apertura del buffet, con grande stile degno di un film di Totò, si sono abbondantemente abbuffate e poi con signorilità si sono dileguate nel traffico cittadino. Questo mio voler osservare le persone deriva da una deformazione professionale acquisita in Marina, quando da Ufficiale, tra i tanti compiti, dovevo sovraintendere al benessere dei soldati che mi erano affidati. Anche in Apicoltura, ai giorni nostri, devo amaramente riscontrare la presenza e le azioni di alcuni portoghesi che intendono appropriarsi delle idee e del lavoro di A.N.A.I., intrufolandosi nelle situazioni pubbliche e negli incontri istituzionali creati da A.N.A.I. Tali soggetti hanno saputo inserirsi abilmente nel nostro mondo, un mondo fatto di persone che lavorano con grande fatica insieme alle api. Loro? Ci piacerebbe sapere dove vanno, che cosa vogliono e che cosa fanno: temo, però, che sarà problematico visto che praticano la dissimulazione disonesta. Mi viene in mente un libro “Della dissimulazione onesta” scritto da Torquato Accetto, filosofo e scrittore italiano del XVI secolo. Meditando sul conformismo e sull’ipocrisia della società del suo tempo, l’autore si interroga su quale possa essere la risposta e la reazione dell’uomo onesto. Accetto vuole dimostrare che la dissimulazione, quando si identifica con la prudenza e non giunge alla volgare menzogna, diventa nelle mani del saggio un’arma per difendersi dall’oppressione dei potenti e dei...
 
(by Sergio D’Agostino - Presidente A.N.A.I. )