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Quanta vita sui tetti a Parigi
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Se negli scorsi mesi siete capitati a Parigi e avete visto qualche passante scrutare il cielo con aria stralunata è perché ultimamente sui tetti della capitale francese accadono cose bizzarre, legate ai nuovi stili di vita sostenibili e alla ritrovata attenzione della città per il verde. Davanti alla cattedrale di Saint-Denis, capolavoro del gotico alle porte di Parigi e necropoli dei reali di Francia, si sono visti dei tizi in tuta bianca che armeggiavano con strani casottini di legno sopra i tetti dell’amministrazione comunale, proprio lì a fianco. Militari in esercitazione per un attacco batteriologico? Macché, erano quelli del “Partito poetico” che sistemavano le loro arnie. Sì, avete letto bene: arnie per le api.

Il responsabile del progetto, Olivier Darné, trentottenne artista-apicoltore parigino, spiega — ironico — che l’idea gli è venuta «immaginando di piazzare delle regine (le colonie delle api si sviluppano intorno a un’ape-regina, ndr) accanto ai re». Battute a parte, tempo fa Darné ha incominciato a studiare la “società delle api” anche per sensibilizzare i cittadini sulla fauna e flora locale. Il risultato è stato il progetto-esperimento denominato “Impollinazione urbana”, atelier didattici e installazioni per mostrare che la natura è viva anche in città, e che ognuno di noi ha un ruolo attivo nel ciclo biologico. Il clou si raggiunge quando grandi e bambini liberano nel cielo di Parigi palloncini pieni di semi che, una volta scoppiati, impollinano il verde cittadino: «Seminando oggi, si raccoglierà domani. E potrete mangiarvi la vostra città», proclama Darné.

Progetto affascinante, cui sono seguiti risvolti interessanti. Il miele millefiori del Partito Poetico ha vinto addirittura alcuni premi, e così Darné ha rilanciato con l’idea che un tetto cittadino potesse essere il contesto ideale per accogliere molte colonie di api (è chiaro che visto l’inquinamento delle città occorrerebbe verificare il livello di inquinamento del prodotto, Apitalia). L’amministrazione di Saint-Denis ha accettato di mettere a disposizione una parte del proprio tetto per l’esperimento e il risultato è stato eccellente. Il primo anno, quaranta arnie hanno prodotto due tonnellate di miele di ottima qualità (sempre da verificare, Apitalia). I vasetti di miele sono in vendita alle Galeries Lafayette e al Centro Pompidou con un nome curioso e divertente: Miel Béton, che in francese vuol dire “cemento” ma in argot — lo slang parigino — significa anche “super”. Con i soldi ricavati si pensa di assumere un’altra persona (al momento ci lavorano in quattro) e di allestire un museo-laboratorio permanente sul tema.

La favola del miele Béton appena raccontata è sintomatica di una tendenza — in atto a Parigi come in altre grandi città — che punta all’utilizzo di inediti spazi urbani per sviluppare una coscienza ecologica in senso lato. Se strade e marciapiedi sono già occupati, perché non sfruttare gli spazi aperti sui palazzi? Alla conquista dei tetti, allora. All’idea di far interagire verde e cemento è legato il “Jardin sur le Toit”, progetto che l’associazione Les Jardins du Béton–La Fayette Accueil gestisce sul tetto di un liceo del XX arrondissement. Sorto sulle ceneri del primo “giardino di solidarietà”, amatissimo dalla gente del quartiere, è un grande orto collettivo d’inserimento sociale di 700 metri quadrati.

La coordinatrice Valerie Navarre è convinta che coltivare piante e fiori non sia solo bello e utile, ma che abbia anche una valenza terapeutica importante: «Oltre a semplici abitanti del quartiere, attratti dalla possibilità di fare del vero giardinaggio, qui vengono persone che vivono momenti di difficoltà: tutti insieme gestiamo questi spazi condividendo ogni decisione e anche i frutti della terra. La cosa che ci rende più felici è che circa il 10 per cento di loro, alla fine, ritrova il lavoro grazie a questa attività pratica nobile e antica». Ogni cosa che cresce sul tetto del Gymnase des Vignoles è rigorosamente bio e proviene dalla piccola serra sul retro. Oltre alle fragole, ci sono diverse varietà di grano, pomodori, patate, legumi, odori, spinaci e piante medicinali. E un sacco di fiori: iris, papaveri e margherite.

Sempre nel XX arrondissement si trova il popolare quartiere multietnico di Belleville, reso celebre dai romanzi di Daniel Pennac. A poca distanza dal Jardin sur le toit, sul tetto della Maison de l’Air (il centro di informazione sulla qualità dell’aria in cima alla collina del parco di Belleville, un tempo piena di mulini a vento) è appena partito un progetto pilota che i parigini seguono con curiosità — a parte qualche borbottio per la novità estetica. L’iniziativa rientra in un ambizioso piano del Comune che riguarderà tutta la cittadinanza: entro il 2025, ricavare il 25 per cento dell’elettricità richiesta da Parigi dalle energie rinnovabili (eolico, fotovoltaico, geotermico...). Vedere installazioni simili in città fa ancora un certo effetto, anche se si tratta di impianti dal design minimale. Comunque, se l’esperimento di Belleville dovesse funzionare, entro poco potremmo vedere i tetti della capitale francese costellati da mini-turbine come queste, apparecchi che, sfruttati a pieno regime, possono produrre ciascuno il fabbisogno annuale di elettricità per tre appartamenti.

Un salto ancora più in là. Vicino alla storica porta di Montreuil è appena nata un’iniziativa che ha subito destato grande interesse: sul tetto di uno dei simboli dello spirito commerciale della nostra epoca (un megastore sportivo Decathlon), è spuntato un grande orto collettivo di oltre mille metri quadrati messo in piedi dall’Associazione delle Donne Maliane di Montreuil, un’istituzione che da anni collabora con il Comune per migliorare le condizioni di vita delle immigrate africane. Lo scenario è un po’ surreale, perché il tetto su cui è installato è molto ampio, quasi una piazza sospesa, circondata dalla torre della direzione dell’Air France e da altri edifici più alti.

Gli impiegati della compagnia aerea di bandiera hanno la terrazza del ristorante che si affaccia proprio sopra l’orto e contemplano l’iniziativa con strani sorrisetti. A guardarli da qui, però, sembra che gli alieni siano loro, e non queste donne che lavorano la terra per fare amicizia, uscire dalla famiglia, condividere problemi e coltivare la pratica del dono. Anche se ognuna è responsabile della propria strisciolina di terra, le donne — una trentina in tutto, provengono anche da Algeria, Spagna, Turchia, Tunisia, Vietnam, Senegal e Mauritania — si dividono frutti e ortaggi e passano il tempo a scambiarsi informazioni, consigli, semi, pianticelle con spirito di armonia e unità.

Il risultato è un eccezionale miscuglio non solo etnico, ma anche vegetale: le maliane hanno abbandonato le arachidi per piantare pomodori San Marzano e patate rosse; le asiatiche coltivano coriandolo e timo al posto del riso; le tunisine fragole, pomodori, melanzane e menta per fare il loro famoso tè zuccherato. A fare strada tra gli appezzamenti è Awa Camara, la presidentessa dell’associazione, emigrata dal Mali in Francia da ragazza. Ormai si sente parigina, ma non rinnega affatto le sue origini africane. «La ricchezza sta nel dialogo tra le culture diverse. Qui impariamo tutte l’una dall’altra: le africane dalle asiatiche, le magrebine dalle europee e viceversa. Come ripeto spesso alle mie amiche, se può crescere una pianta perché non può farlo anche l’amicizia?».

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(by Michele Weiss)