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Api libere dai parassiti senza prodotti chimici
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Il metodo «naturale» viene sperimentato da due apicoltori di Molina (frazione del comune di Fumane): Santacà e Kling: «Gli insetti devono diventare resistenti alla varroa da soli. E non dobbiamo alterare le misure delle cellette» affermano convinti

Le api non hanno bisogno dell’aiuto dell’uomo e dei prodotti chimici per sopravvivere ai parassiti: possono difendersi da sole.
Parola di Adriano Santacà e Adriano Kling, che stanno portando avanti progetti sperimentali di apicoltura rispettosa dell’insetto e dell’ambiente in cui vive, in parallelo ai movimenti che stanno sviluppandosi in Valpolicella per evitare l’uso di fitofarmaci sulle piante. Entriamo più in dettaglio. il primo ha avviato il progetto «Save the bees project», il secondo il «progetto Apibìo», entrambi hanno una decina di arnie a Molina - per passione e non per business - e si sono ispirati ad un metodo statunitense, quello di Ed e Dee Lusby, che hanno trovato su internet. Fanno anche parte della neonata Associazione apicoltori veronesi.
«È prassi diffusa», spiegano, «quella di ricorrere a trattamenti chimici contro la varroa, un acaro che porta spesso alla distruzione degli alveari: l’apicoltura tradizionale ricorre ad acidi per combatterlo, ma la parte negativa di queste sostanze di sintesi è accumulata nella cera e quindi nel miele».
Non solo. La riproduzione della varroa, che arriva da specie asiatiche, è stata favorita dall’aumento artificioso delle dimensioni delle cellette da parte dell’uomo, finalizzato a una maggiore produzione di miele: fornendo agli insetti i fogli di cera su cui viene stampato l’esagono del favo, la morfologia dell’ape è stata stravolta. «Ma ingrandendo gli insetti», spiegano i due apicoltori, «si è favorita la riproduzione della varroa, che colpirebbe i maschi, di dimensioni maggiori ma, trovando tutte cellette grandi, attacca anche le femmine. Le cellette naturali sono il risultato di 30 milioni di anni di evoluzione naturale: poi l’uomo ha cambiato tutto negli ultimi 100 anni. Ma non dobbiamo avere animali che dipendono dall’uomo».
Inoltre, i trattamenti chimici indeboliscono gli insetti e ne vengono così selezionati di non resistenti all’acaro, ma al trattamento, col risultato di una varroa sempre più forte. Anche per questo, secondo Santacà e Kling, bisognerebbe sospendere questi trattamenti. «Sempre per non rendere deboli le api», aggiungono i due, «si dovrebbe lasciarle nutrire col loro miele, invece di dare come alimento lo zucchero, che è privo di sali minerali e vitamine. Tutte le loro caratteristiche in natura andrebbero rispettate: anche l’orientamento dei favi, che non è casuale». Kling sta allevando con sistemi naturali da tre anni, e in questo modo non ha perso nessuna arnia.
La proposta è dunque una via alternativa a quella tradizionale che, oltre a rispettare l’insetto, si traduce in costi abbattuti per l’apicoltore e un risparmio notevole in termini di tempo.
 
(by L’Arena - Laura Zanoni)