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Moria delle api, le cause restano ancora sconosciute
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L’Autorità europea per la sicurezza alimentare, Efsa, ha recentemente pubblicato un report scientifico sulla mortalità delle api in Europa e sul loro monitoraggio, che si basa su un progetto svolto in ben 27 Paesi europei.

Data la centralità del tema, ci si attendeva un documento capace di fare chiarezza, sia in ordine allo stato di salute delle api in Europa, che riguardo al nesso esistente tra tale fenomeno e l’uso di sostanze chimiche, come i neonicotinoidi. A questo proposito si rammenta, infatti, che, in Italia, il ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali ha sospeso - con decreto del 17 settembre 2008 - in virtù del principio di precauzione ed in via cautelativa, l’autorizzazione di impiego per la concia di sementi dei prodotti fitosanitari contenenti le sostanze attive clothianidin, thiamethoxam, imidacloprid e fipronil da sole o in miscela con altre sostanze attive.

La conseguenza? Non è possibile utilizzare sementi conciate con prodotti fitosanitari contenenti queste sostanze attive. Si tratta di una sospensione la cui durata è prevista sino al 20 settembre 2010. Peraltro, anche grazie all’azione svolta da Coldiretti, tale divieto è stato revocato, sempre con decreto, relativamente alla coltura della barbabietola da zucchero.

In sintesi, le conclusioni che il report mette in evidenza riguardano la generale debolezza della maggior parte dei sistemi di sorveglianza analizzati ed una carenza di dati rappresentativi a livello nazionale - e comparabili a livello europeo - sulla perdita di colonie. Ciò è riconducibile anche ad una rilevata, generale, mancanza di standardizzazione ed armonizzazione, tanto riguardo ai sistemi di monitoraggio che all’analisi della casistica ed alla raccolta di informazioni.

I sistemi di sorveglianza sulla la mortalità, l’indebolimento e lo spopolamento delle api in Europa sono caratterizzati da una diversità di approccio e di modalità operative. La sorveglianza esistente in Italia comprende sia un sistema passivo per le malattie che devono essere notificate, sia un sistema attivo su tutto il territorio nazionale per la valutazione della mortalità delle colonie di api. Poiché il sistema è di recente attivazione, le informazioni raccolte sinora non si possono considerare complete. La prova? Lo studio non fornisce dati rappresentativi per l’Italia.

I risultati dei sistemi di sorveglianza che il progetto analizza, pur essendo difficili da interpretare, evidenziano come tra il 2000 ed il 2009 si osservi una perdita di base delle colonie pari, circa, al 10%,, cifra che rappresenta il valore massimo ammesso per il sistema di produzione delle api. Il report indica, poi, una perdita più elevata di colonie in alcuni Paesi tra il 2003 ed il 2008. Le informazioni raccolte, purtroppo, non si fondano su indicatori comuni, calcolati secondo identiche procedure ed applicati a popolazioni comparabili.

Il report, inoltre, evidenzia come la comunità scientifica sia d’accordo nel considerare l’origine multifattoriale della perdita di api in Europa e negli Stati Uniti e sulla inadeguata conoscenza sia delle cause che dei fattori di rischio. Tra queste il report indica le modalità con cui l’apicoltura è svolta e che possono determinare stress nelle colonie; gli agenti biologici, come i virus; i fattori ambientali, come la perdita di biodiversità - tanto sotto un profilo qualitativo che quantitativo - il cambiamento climatico; gli Ogm e le radiazioni elettromagnetiche. E non è tutto. Si segnalano altri fattori, quali la perdita di regine e la immunodepressione.

Riguardo agli agenti chimici, l’Efsa sottolinea che il dibattito ruota principalmente attorno ai neonicotinoidi, rispetto ai quali gli scienziati risultano divisi in ordine al ruolo che rivestono nel fenomeno di moria delle api. Nonostante nessun coinvolgimento dei pesticidi sia stato provato per la perdita di colonie o per il disturbo da dissolvimento della colonia (CCD), una presenza significativa di residui di queste sostanze è rinvenuta frequentemente negli studi che analizzano le api, il polline e la cera, normalmente non ad un livello letale.

La questione che emerge, dunque, a tal proposito, riguarda la possibilità che un insieme di residui chimici, presenti negli alveari ad un livello sub letale, possa produrre un effetto letale oppure segni clinici capaci di compromettere la capacità di sopravvivenza delle colonie. Secondo molti autori questi prodotti fitosanitari rappresentano fattori che contribuiscono allo stress o all’indebolimento delle colonie, i quali, possono aprire, poi, la porta ad altre cause.

Da queste considerazioni è, dunque, possibile constatare come, nonostante l’origine multifattoriale della perdita di colonie sia generalmente riconosciuta, i ruoli dei diversi fattori siano sconosciuti, né si conosca una gerarchia dei rischi da questi generati.

Il report, poi, lancia alcune raccomandazioni. Tra le tante, si segnala la necessità di organizzare un network europeo che coordini e prosegua le attività di sorveglianza sulla perdita di colonie, proprio per sostenere i programmi di monitoraggio. Inoltre, il report richiede una maggiore standardizzazione a livello europeo per armonizzare i sistemi di sorveglianza e la raccolta dati e per sviluppare indicatori comuni di performance.

L’Efsa mette l’accento anche sulla necessità di individuare, sulla base delle migliori pratiche selezionate nei sistemi di sorveglianza esistenti, gli strumenti più efficaci per la comunicazione e la notificazione delle malattie.

Un’altra raccomandazione attiene alla necessità di intraprendere studi specifici per migliorare la conoscenza e la comprensione dei fattori che interessano la salute delle api, utilizzando appropriati studi epidemiologici.

Infine, l’Efsa richiede l’istituzione di un gruppo di coordinamento a livello europeo. Si tratta di un aspetto fondamentale, soprattutto rispetto alla garanzia che può esprimere in ordine alla effettività delle azioni di monitoraggio sempre a livello europeo.
 
(by Coldiretti)