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Alveari sui tetti di New York
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Di Adam Gopnik

Se decidi di diventare localista a Berkeley in qualche modo riuscirai a sfamarti. Ero curioso di vedere cosa poteva succedere cercando di spremere cibo da un posto fatto per lo più di mattoni, travi d'acciaio e scarpe sugli alberi. Prima di tutto volevo scoprire se era possibile farlo (come se fossi il protagonista di quello che un canale sportivo chiamerebbe "localismo estremo"), poi ero curioso di esplorare l'economia e l'estetica del localismo in generale e infine volevo capire se i pregiudizi antiurbani impliciti nel movimento localista potevano essere dissipati da una salda volontà cittadina. Se si può mangiare locale a New York, si può mangiare locale dappertutto. Mi sono rivolto a Gabrielle Langholtz, una giovane donna di Greenmarket con una determinazione fuori dal comune. Gabrielle mi ha sottoposto una lista di possibilità: le verdure coltivate a Staten Island e a Brooklyn, il miele sui tetti e le uova sembravano delle scelte plausibili. Le altre proteine, invece, erano un problema: per questo sono andato al comitato polli e poi da Freddie. Abbiamo cominciato con il miele. David Graves è l'iniziatore e il custode degli alveari sui tetti di New York e si prende cura di quindici arnie. Il suo miele è una delle chicche di Greenmarket e lui sembra fatto apposta per essere il protagonista di un articolo, con tutte le sue api che fanno la danza del sole. Mi ha mostrato un orto su un tetto, all'estremità orientale di SoHo, che appartiene al produttore cinematografico Chris Goode e a sua moglie Lisa. Nell'orto, che occupa tutto il tetto sotto lo sguardo vigile del vecchio orologio del Police Building (fermo da un paio di mesi con una faccia che segna le tre e quaranta e l'altra che indica le quattro e trentacinque), crescono pomodori, basilico, zucchine, zucca, fagiolini e cocomeri: abbastanza da sfamare una setta di localisti del quartiere. Il tetto ospita anche uno degli alveari di Dave. "Sarebbe strano se le api volassero via", ha ammesso Dave. Gli avevo chiesto se le sue api avevano mai spaventato qualcuno. "Cioè, potrebbe essere fastidioso per la gente in una strada di città. Non è pericoloso, ma le persone penserebbero di essere all'inferno: uno sciame di api che volteggia intorno a un semaforo rosso". Le api, mi ha spiegato, volano circa tre o quattro chilometri al giorno in cerca di nettare e poi tornano al loro alveare. A New York preferiscono il nettare di gingko, sumac, tiglio, un albero che si chiama Chinese Scholar e una pianta giapponese. Le api da miele di New York vivono per circa 45 giorni e la loro regina vive due o tre anni. "La vita delle api di New York dura quanto quella delle altre, ma qui le api lavorano più ore", mi ha detto Dave. "Da un alveare su un tetto si possono ricavare tra i 30 e i 70 chili di miele in una stagione. Il mio record è stato 70, da un'arnia nell'Upper West Side". L'alveare è al centro del tetto. Dave lo ha aperto con la massima attenzione e abbiamo guardato all'interno. Era come guardare dentro un palazzo di uffici di New York dall'alto: alcune migliaia di dipendenti di pessimo umore che sfrecciano da tutte le parti brontolando. Dave ha assaggiato il miele. "È di tiglio", ha detto. Era il miele di New York: forte, aromatizzato ed estremamente dolce. Dave aveva un'aria leggermente imbarazzata. "Prima questo sapore non mi piaceva", ha confessato. Una volta, non molti anni fa, New York era più autosufficiente di oggi per il suo fabbisogno alimentare. Come documentano Mare Linder e Lawrence S. Zacharias in un libro affascinante, Of cabbages and kings county, fino al tardo ottocento Brooklyn fu il granaio della città e poi sostituì i cereali con la coltivazione intensiva di frutta e verdura. Fu solo con l'arrivo delle grandi fattorie del New Jersey e di altre zone dell'ovest, all'inizio del novecento, che New York cominciò a dipendere quasi completamente dai prodotti d'importazione: negli ultimi anni il trenta per cento della nostra frutta e verdura arriva addirittura dalla California.

Tratto dalla Rivista Internazionale 11/17 gennaio 2008 n.726
 
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