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Moria di api: le associazioni del settore chiedono più sinergie
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“Non è il caldo a far morire gli alveari, né tantomeno l’emissione elettromagnetica dei telefoni cellulari” dichiara la Federazione Apicoltori Italiani, (Fai) l’associazione apistica legata a Confagricoltura a seguito degli articoli che stanno circolando sulla stampa nazionale, destando allarme e confusione nell’opinione pubblica. “Le malattie tradizionali e quelle esotiche, l’abbassamento delle difese immunitarie delle colonie e l’uso di alcuni fitofarmaci che non tengono nel debito conto le esigenze dell’apicoltura – fanno sapere dall’associazione apistica - rappresentano pertanto le ragioni principali dei danni che il settore attualmente registra in Italia”. Il patrimonio apistico nazionale, secondo la Fai, per quanto soggetto a spopolamenti o morìe di alveari, è tuttavia ancora ricco e diffuso su tutto il territorio. “È infatti grazie alla destrezza degli Apicoltori, che a costo di grandi sacrifici assicurano il ripristino degli alveari perduti, che si evitano danni alle produzioni agricole per il mancato servizio di impollinazione” prosegue la Federazione italiana degli apicoltori. Circa gli effetti dei cosiddetti “neonicotinoidi”, insetticidi che anche secondo le istituzioni della ricerca apistica sono da ritenersi dannosi per le api, la Fai conferma che anche quest’anno, come già negli anni passati, si sono osservate perdite di alveari in alcune zone vocate alle coltivazioni specializzate come la Pianura Padana, il Piemonte e il Friuli Venezia Giulia.

“La sospensione cautelativa di tali principi attivi è dunque certamente auspicabile - dichiara la Fai - è necessario quindi che apicoltori, agricoltori e case produttrici promuovano, nel loro reciproco interesse piani di stretta collaborazione, per ridurre al minimo ogni effetto indesiderato sulle api e per massimizzare i profitti che gli alveari determinano nel processo produttivo di ciascuna azienda agricola. Ci impegniamo intanto – concludono all’associazione apistica - ad avviare una capillare indagine nazionale, presso tutti propri associati, al fine di documentare compiutamente alle autorità competenti la reale entità del danno subito e la sua più probabile origine”. Francesco Panella, presidente dell’Unione nazionale associazioni apicoltori italiani (Unaapi) spiega al VELINO: “Il danno subito dal settore dell’apicoltura non è analogo a quello degli anni passati. L’unico posto dove c’è reiterazione della scomparsa dei preziosi insetti impollinatori dai quali dipende la biodiversità e gran parte della produzione agricola è Castelfranco Veneto in provincia di Treviso dove dal 2000 si registra purtroppo ogni anno questo fenomeno. Le famiglie spopolate che non produrranno miele sono ormai, a seconda delle zone, dalle 20 mila alle 40 mila per un danno, solo per il miele di acacia, stimato per adesso in un milione e mezzo di euro”.

Analoga posizione è quella assunta da Massimo Ilari, direttore di Apitalia, rivista specializzata del settore, che afferma al VELINO: “Difendere il settore apistico non vuol dire attaccare quello agricolo ma al contrario tutelare l’intero comparto. Chiediamo solo che ci sia più sicurezza e precauzione su sostanze tossiche che possono pregiudicare le produzioni degli apicoltori e di conseguenza quelle degli agricoltori. Apicoltori e agricoltori fanno parte dello stesso sistema produttivo”. Sulla stessa linea anche Sergio D’Agostino, presidente dell’Associazione nazionale apicoltori italiani (Anai): “Sono pienamente d’accordo con quanto affermato da Massimo Ilari - dichiara al VELINO -. Chiediamo al settore agricolo collaborazione e impegno ma sono anche gli apicoltori che devono migliorare la gestione degli alveari con interventi immediati per comprimere il più possibile i danni. Alle istituzioni invece - conclude D’Agostino - chiediamo una maggiore coesione e più attenzione. Quello dell’apicoltura è un comparto che va recuperato. Quest’anno sono scomparsi circa il 50 per cento degli alveari”.
 
(by Fonte: Edoardo Spera ilVelino, www.ilvelino.it)