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Xylella fastidiosa
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«Sarà un anno terribile per il Salento» con queste parole Silvio Schito, responsabile dell'Osservatorio Fitosanitario della Regione Puglia commenta la determina della Regione Puglia pubblicata sul bollettino ufficiale regionale il 12 febbraio scorso e riguardante il problema Xylella fastidiosa. Una determina che rischia di trasformare il Salento nell'area più appestata d'Italia. La Regione Puglia obbliga infatti all'uso di trattamenti fitosanitari (almeno due tra maggio e agosto) per uccidere il presunto vettore della malattia che porta al disseccamento degli ulivi, un piccolo cicalino diffuso su tutto il territorio. Ma, cosa inaudita, la determina chiarisce che: "Gli interventi insetticidi devono essere effettuati sulle piante di olivo/fruttiferi/ornamentali, al fine di abbassare la popolazione degli adulti e sulla macchia mediterranea, siepi, bordure, muretti a secco, superfici incolte che ospitano gli insetti vettori. Praticamente dopo cinquant'anni ritornerà lo scenario apocalittico descritto da Rachel Carson nel suo famoso “Silent Spring”.
Scoperta nel 2013, la Xylella è un batterio ritenuto responsabile del disseccamento degli ulivi. Una vera minaccia per l'olivicoltura pugliese. I casi concentrati inizialmente nella zona di Gallipoli Nardò, si sono pian piano estesi lungo l'area costiera del Salento. Nonostante i dubbi e le perplessità sulla responsabilità del batterio killer, dubbi anche autorevoli come quello dei ricercatori dell'accademia dei Georgofili che sostengono che il principale patogeno degli ulivi sia un fungo e non la Xylella, sotto pressione dell'UE, la Puglia ha finalmente decretato che il responsabile del problema è un insetto vettore della Xylella: la sputacchina o Philenus spumarius. Questo cicalino presente da sempre sul territorio italiano è considerato infatti il principale vettore del batterio: «è vero che l'insetto era già presente, ma non nella quantità riscontrata, e poi è probabile che sia arrivata la Xylella e il Philenus contemporaneamente ne sia diventato vettore». Così Schito che aggiunge: «l'obiettivo è contenere la popolazione dei vettori... ». Sì, ma come si contiene un insetto autoctono la cui femmina può deporre fino a 400 uova?
Evidentemente facendo ricorso ai pesticidi. E che pesticidi! Il più efficace secondo la determina regionale è - udite udite - il neonicotinoide imidacloprid. Un pesticida che persino l'EFSA (l'Ente Europeo per la Salute Alimentare) ha dichiarato neurotossico non solo per le api, ma persino per i feti umani, causa potenziale di ritardi nello sviluppo neurologico dei bambini ancora nelle pance delle loro madri. Schito assicura ad Apitalia che si cercherà di trovare fitofarmaci a basso impatto sulle api, ma il rischio riguarda l'intero comparto agricolo: «siamo costretti a riprendere vecchie pratiche poco salubri ma efficaci per i parassiti nella lotta fitosanitaria chimica, gli esperimenti artigianali degli ambientalisti non funzionano». Una scelta che ha già allarmato tutte le aziende biologiche della provincia di Lecce, che vedono così vanificati anni di sacrifici e di impegno.
Il dirigente regionale per l'agricoltura, Giuseppe D'Onghia, minimizza: «si tratta di trattamenti riservati alla sola fascia colpita dal problema, limitati al periodo giugno-agosto, che d'altra parte sono stati presi sotto la pressione dell'UE. Siamo obbligati a mettere su un piano d'emergenza per contenere il problema. Eravamo a rischio di una procedura d'infrazione».
E come la mettiamo con la legge regionale che vieta i trattamenti in fioritura e il diserbo? «Questa è una eccezione, una situazione d'emergenza», insiste D'Onghia. Di diverso avviso, Ivano Gioffreda, olivicoltore salentino a capo dell'associazione Spazi Popolari che da mesi ormai lotta contro l'uso dei fitofarmaci: «I fitofarmaci e i diserbanti sono la causa, non la soluzione del problema. Abbiamo avviato da mesi sperimentazioni usando tecniche colturali trasmesseci dai nostri avi: uso della poltiglia bordolese, uso della calce, sovescio negli uliveti, e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Nella zona rossa abbiamo uliveti floridi affianco ai tanti uliveti disseccat». Gioffreda sostiene, infatti, che a causare il disseccamento degli ulivi non sia solo la Xylella: «Ad oggi, non sono pubblici i risultati sulla patogenicità della Xylella. Dei 16.000 campioni prelevati su quanti è stato trovato il batterio? Non lo sappiamo. Sappiamo invece che sono stati trovati dei funghi fitopatogeni. E sappiamo che usando buone pratiche agronomiche la malattia regredisce».
Gioffreda rifiuta l'etichetta di “ambientalista”: «io non sono un ambientalista, sono un agricoltore che ama la sua terra e non usa fitofarmaci. E posso assicurare che noi faremo disobbedienza civile rispetto a questo obbligo a trattare le piante: stiamo distruggendo un patrimonio che i nostri avi ci hanno lasciato, più di 2000 anni di storia e noi non lo permetteremo. Dobbiamo fare come gli antichi Ateniesi per i quali l'ulivo era sacro e guai a chi ne causava la distruzione».
Intanto, però, a essere minacciata non è solo l'agricoltura salentina, ma anche l'apicoltura che nel tacco d'Italia ha una tradizione molto radicata. Più che altro occorrerebbe comprendere se l'uso di piretroidi (potenziale causa di autismo e ritardi nei feti umani), di neonicotinoidi e di altri fosforganici (la Puglia consiglia l'uso di: imidacloprid, clorpirifos, deltametrina, dimetoato, ecc.) non costituisca una minaccia anzitutto per l'uomo. Perché combattere la diossina e l'impatto ambientale dell'ILVA di Taranto, quando poi si avvelena l'area più vocata al turismo della Puglia?
 
(by Francesco Colafemmina - 17.02.2015)