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La Puglia: il nuovo Far West dell'Apicoltura
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Alla luce dei recenti sviluppi che riguardano la presenza di Aethina tumida in Calabria e Sicilia, l'attenzione ora si sposta sulle regioni confinanti, in particolare sulla Puglia


Che la legge regionale pugliese sull'apicoltura non fosse proprio perfetta l'avevamo scritto nel numero di Apitalia di luglio e agosto. Eppure nessuna modifica è stata apportata al testo definitivo approvato fra settembre e ottobre. Ma proprio in questi ultimi due mesi un piccolo dettaglio ha scompaginato le cose: l'arrivo del piccolo coleottero degli alveari. E così tutti coloro che bene o male avevano sottovalutato la legge regionale pugliese senza condividere apertamente le critiche, oggi, a cose fatte, si rendono conto che non va più bene. Certo, non va bene per gli apicoltori che da altre regioni dovranno venire in Puglia a primavera a scaricare centinaia di alveari fra ciliegeti ed agrumeti, perché sarà impossibile farlo in Calabria e Sicilia. E per farlo dovranno sottostare alla burocrazia regionale.

Burocrazia che in tempi di Aethina tumida finisce per rivelarsi una garanzia ulteriore per chi opera nel territorio, ma un impiccio per altri. Lo è ad esempio per chi vuole una deregulation utile a perseguire i propri esclusivi interessi. La legge regionale d'altro canto non fa che ribadire alcuni principi sacrosanti. L'apicoltore nomadista proveniente da altre regioni è infatti tenuto (art.10) a:
• portare solo alveari posti sotto controllo sanitario privi di divieto di spostamento;

• produrre certificazione sanitaria dei relativi alveari;

• inoltrare richiesta alla Regione «almeno 15 giorni prima dello spostamento»;
• attendere entro un massimo di 15 giorni dall'inoltro della richiesta il parere negativo o il silenzio-assenso della Regione Puglia.
 Sono norme di buon senso che non ledono gli interessi di nessuno e che oltretutto ribadiscono quanto contenuto all'art.7 comma 2 b) della legge nazionale del 2004 ossia che nel praticare il nomadismo bisogna preservare la «conservazione dei diritti acquisiti dagli apicoltori che impostano abitualmente l'attività produttiva con postazioni nomadi o stanziali». Visto d'altro canto il caos ingenerato dall'assenza della benché minima tracciabilità del nomadismo in un'area colpita da una emergenza sanitaria, la Calabria, dovrebbe esser chiaro a tutti che una delle regioni più minacciate dal potenziale arrivo dell'Aethina tumida dovrebbe legittimamente fare di tutto per preservare il proprio territorio da una diffusione esponenziale del parassita. Solo due giorni fa infatti è stato ritrovato un ulteriore apiario con larve di Aethina (a dicembre!!!) in provincia di Reggio Calabria. Immaginate cosa accadrebbe se il coleottero arrivasse e avesse modo di riprodursi in migliaia di alveari in condizioni non sempre ottimali (alveari che i nomadisti si riporterebbero a casa o lascerebbero in loco?)! E immaginate le conseguenze negli agrumeti dove spesso la frutta viene lasciata marcire distesa in filari sotto gli alberi!

Oltretutto l'apicoltura nomade rischia di lasciare nei terreni solo pupe di Aethina che finiranno per riprodursi a ritmo serrato negli alveari degli apicoltori locali, senza parlare dell'inquinamento dei terreni che dovranno esser trattati con permetrina. E non sappiamo neppure cosa accadrà con il processo di eradicazione nei mesi a venire.

Con questo non dico che bisognerebbe chiudere i confini regionali al nomadismo, ma attuare misure in grado di tutelare l'apicoltura regionale. Fa d'altro canto specie che associazioni che tanto si battono contro neonicotinoidi e pesticidi non riescano a comprendere che un nomadismo selvaggio finirebbe per cancellare ogni possibilità di fare apicoltura biologica in regioni come la Puglia. Ma fa soprattutto specie che le critiche alla legge regionale arrivino alcune settimane dopo il suo varo e a distanza di mesi dalla sua discussione tra associazioni e istituzioni. Perché le critiche non sono state esposte e notificate in quella sede? E perché dopo la chiara smentita delle autorità regionali pugliesi oggi la FAI continua a battere sul sospetto collegamento fra Puglia e Calabria nella diffusione del coleottero? Sul sito FAI infatti appare un comunicato che narra di un verbale sottoscritto da un apicoltore calabrese colpito dal coleottero che denunciava una provenienza pugliese dei suoi nuclei/alveari. Sono mesi che si cercano colpevoli fra gli apicoltori, fra allevatori di regine o produttori di pacchi d'api, nessuno però è stato finora capace di un mea culpa, di assumersi la responsabilità di una mancata sorveglianza, dell'assenza di un piano di emergenza, dell'incredibile ritardo operativo (1 mese è trascorso fra la prima denuncia e l'inizio dell'eradicazione). Si continua pertanto ad alimentare i sospetti lanciando accuse a mezz'aria con un unico intento: lasciare intendere che la Puglia sarà la prossima vittima.

Criticare i roghi non significa poi propendere per una immediata dichiarazione di endemicità. Se si passasse da un processo di eradicazione al contenimento bisognerebbe mettere in atto tutte quelle azioni volte alla riduzione del trend di crescita della popolazione del parassita. Fra queste un controllo più serrato sul nomadismo. Ma aggiungerei anche una riduzione drastica o maggiori controlli su tutte quelle produzioni che indebolendo le famiglie, rischiano di trasformarsi in agili prede e incubatrici di centinaia e centinaia di nuovi parassiti che andando a saturare il territorio renderebbero difficile l'opera di contenimento. Una su tutte la produzione di pacchi d'api. E' chiaro che vi sono eccezioni, aziende coscienziose e attente, ma spesso laddove si detengono migliaia di nuclei per la produzione di pacchi è inevitabile che ve ne siano molti in condizioni disastrose, pronti ad essere infestati dal coleottero. Insomma, sebbene l'Aethina sia un parassita facilmente controllabile dagli alveari forti, l'apicoltura italiana non sembra pronta a fronteggiare questa problematica. Anzi, riproponendo modus operandi fondati sulla prepotenza e l'assenza di trasparenza, si rischia di trasformare una "minor pest" in una tragedia. 

D'altro canto è la stessa Regione Puglia a non fare molto per proteggere il settore, al di là della legge che tra l'altro sanziona i nomadisti abusivi con una multa da soli 500 euro (e sono in molti quelli che giurano di essere disposti a pagarla pur di violare la legge). Per la prima volta infatti quest'anno i finanziamenti per l'apicoltura (circa 92.000 euro in totale per il 2015) mentre vedono fermarsi a 5000 euro i contributi per l'acquisto di trappole per il monitoraggio dell'Aethina, contemplano addirittura 10.000 euro di finanziamento al 100% per enti di ricerca che svolgano «programmi di miglioramento qualitativo dei prodotti dell'apicoltura mediante analisi fisico/chimiche». In soldoni contributi ad Università pubbliche che intendono avviare laboratori di analisi melissopalinologiche. Riesce tuttavia difficile comprendere come delle analisi possano “migliorare la qualità” del miele, specie se poi la normativa non limita l'accesso ai contributi ai soli laboratori accreditati. E specie se le istituzioni sottraggono platealmente fondi ai privati per riversarli nuovamente sul pubblico. Letteralmente uno scandalo.

Insomma, con tutte le problematiche presenti il settore apistico si conferma sempre più caotico e destinato a soccombere. Ci toccherà fare apicoltura in altre improbabili lande lontane?
 
(by Francesco Colafemmina - 12.12.2014)