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La guerra delle associazioni (sulla pelle degli apicoltori)
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Perché queste riflessioni? Per cercare di capire tutte le avversità che stanno investendo l’apicoltura in questi mesi. E’ evidente che tutti quelli chiamati in causa dall'intervento avranno a disposizione lo stesso spazio per dire la loro. Mai come oggi l’apicoltura ha bisogno di unione più che divisioni e battaglie. E questa unione dev’essere rappresentata con coerenza presso le istituzioni, concordando azioni e messaggi. Perché altrimenti la divisione non farà mai crescere questo settore, ma lo renderà sempre più inconsistente e minoritario, con buona pace del protagonismo di questa o quella associazione apistica


Sin dalle prime confuse notizie sull’arrivo dell’Aethina tumida in Italia abbiamo cercato di informare gli apicoltori, raccogliendo informazioni di prima mano non solo dal professor Palmeri, il primo a dichiarare un focolaio del coleottero nella piana di Gioia Tauro, ma ricorrendo alla testimonianza di docenti universitari, ricercatori e apicoltori di USA, Australia, Germania e Svizzera.
A questo punto, però, non possiamo restare silenti dinanzi alla solita minaccia che ci si para dinanzi: quella della guerra fra associazioni/federazioni apistiche sui metodi per contrastare questo parassita degli alveari che potrebbe espandersi in tutta Italia nonostante il tentativo di eradicazione in atto.
L’Aethina tumida ha visto protagoniste del confronto sin dalle prime ore la FAI e Unaapi. La prima ha goduto di grande visibilità grazie anche alla presenza sul campo e all’impegno quotidiano nel dar vita ad un enorme sforzo per eradicare l’Aethina dalla provincia di Reggio. La seconda si è impegnata nell’offrire agli apicoltori strumenti per riconoscere il coleottero, metodi per il monitoraggio e informazione scientifica sulle potenziali conseguenze della sua azione. Fin qui due delle due associazioni nazionali - anche se non le uniche - hanno operato da due punti di vista diversi, convergenti verso un unico interesse.
Oggi, però, le strade si dividono sul futuro. E’ un onore per Apitalia riscontrare che in primo luogo le perplessità ospitate sul nostro sito sull’efficacia e la coerenza normativa del processo di eradicazione in atto in Calabria si siano trasformate anzitutto in una lettera inviata dalle autorità regionali calabresi al ministero della Salute e in secondo luogo in una lettera inviata allo stesso Ministero congiuntamente da Unaapi e Conapi. Questa è una testimonianza preziosa di come l’informazione possa fungere da utile stimolo per le associazioni e le istituzioni al fine di migliorare i metodi di contrasto dei pericoli che minacciano le nostre api e le nostre aziende.
Oggi, però, la FAI si posiziona su una strada differente, non solo criticando aspramente la lettera della Regione Calabria e quella di Unaapi e Conapi, così, almeno, sembra a noi, ma anche le riflessioni ospitate su Apitalia. Ciò che la FAI sembra ignorare o non voler comprendere è che la critica alla procedura di eradicazione attuata in base ad una normativa obsoleta (risalente al 1954) non è una critica alle istituzioni e tantomeno un modo per screditare loro e il lavoro e i sacrifici degli apicoltori calabresi che si son visti abbattere circa 1800 alveari. Credo che occorra, tutti, coordinarsi e di prendere esempio dalle api che dell’Unità hanno fatto un modello di vita.
E’ al contrario una questione di principio. Come intende, infatti, lo Stato italiano affrontare l’emergenza Aethina? Fino a quando durerà l’eradicazione e in base a quale normativa europea viene attuata? Cosa accadrà a primavera se esemplari di Aethina saranno ritrovati in Calabria o nel resto d’Italia? Continuerà la distruzione forzata degli alveari parificando un parassita ad una malattia batterica? Questi sono gli interrogativi posti nel nome di un interesse superiore a quello politico o di fazione: l’interesse dell’intera apicoltura italiana.
Che d’altro canto la FAI continui a non voler comprendere il punto lo dimostrano chiaramente alcuni passaggi della lettera inviata oggi al Ministero. In particolare quelli in cui si parla della “dichiarazione dello stato di endemicità di tale patologia” o ancora della dichiarazione della “malattia endemica” da parte degli USA nel 2010 (?).L’Aethina tumida non è né una patologia né una malattia, è un parassita. E, non a caso, né negli USA né in Canada né in Australia si è mai pensato di arrestare lo sviluppo del parassita attraverso l’incenerimento degli alveari. Non solo la National Bee Unit del Regno Unito ha dichiarato nei suoi documenti che “l’eradicazione è impossibile”, ma è scritto a caratteri cubitali sui documenti dell’European Union Reference Laboratory for honey bee health che “The Small Hive beetle cannot be eradicated once well established”.
Un altro punto toccato dalla FAI riguarda l’identificazione dei presunti responsabili dell’ingresso dell’Aethina tumida in Italia. Nella lettera si fa riferimento all’art. 500 del codice penale. Ancora una volta questo articolo parla di introduzione di una “malattia”, non di un parassita esotico. E anche qualora si accertasse che tale parassita è stato introdotto attraverso traffici di api vive o di regine (e sarebbe interessante capire come ciò potrebbe essere verificato) l’identificazione del colpevole non coinciderebbe con una soluzione dei problemi. Sarebbe come guardare il dito e non la luna. Perché la luna è la globalizzazione e la pressoché totale anarchia del settore apistico questa sì causata da anni di inconsistente azione da parte delle associazioni nazionali e regionali. Dov’erano le associazioni quando nascevano come funghi allevatori di regine delle razze più disparate, generando traffici incontrollati di api vive? Dov’erano quando l’EFSA pubblicava l’anno scorso un risk assessment del potenziale arrivo dell’Aethina in Europa? Dov’erano mentre il mercato del miele declinava, la produzione calava sempre più, e nonostante tutto aumentavano le importazioni dall’estero? Dov’erano quando la Vespa velutina arrivava in Italia minacciando gli sforzi di numerosi apicoltori liguri? Dov’erano, infine, in tutti questi anni che hanno visto l’apicoltura restare nell’angolo del comparto agricolo, ignorata, screditata, maltrattata dai numerosi interessi che collidono con quelli degli apicoltori?
Questo non vuol essere un j’accuse fine a se stesso, ma un modo per incentivare le associazioni a ritenersi non sempre risolutori super partes dei problemi del settore, bensì parte essenziale dei problemi. Perché l’associazionismo non è l’equivalente della politica: non è rappresentanza pura, ma dialogo, scambio di idee e proposte, coinvolgimento e partecipazione. E noi di Apitalia intendiamo offrire spazio a chiunque senza pregiudizi, chiusure o ostilità di sorta.
Purtroppo, sembra che oggi non ci si voglia proiettare verso il contenimento dei problemi futuri e l’adattamento di normative vecchie di 60 anni alla realtà contemporanea, ma si voglia trasforma il caso Aethina e la complessa e laboriosa attività di eradicazione in una vittoria di una federazione, in una crociata portata a buon fine. Mettere in discussione questa procedura non è però né un modo per mancare di rispetto alla FAI, né tantomeno ai tanti apicoltori che vi si sono piegati in nome del bene comune e del rispetto della legge. Non è in sintesi un atto di lesa maestà, ma una questione di realismo. Bisogna essere realisti su quanto ci attende in futuro. E non parliamo solo di Aethina, ma anche di Vespa velutina, un insetto molto meno controllabile dell’Aethina tumida. Parliamo poi di lotta ai pesticidi, agli OGM, ai neonicotinoidi.
In sintesi, mai come oggi l’apicoltura ha bisogno di unione più che divisioni e battaglie. E questa unione dev’essere rappresentata con coerenza presso le istituzioni, concordando azioni e messaggi. Perché altrimenti la divisione non farà mai crescere questo settore, ma lo renderà sempre più inconsistente e minoritario, con buona pace del protagonismo di questa o quella associazione apistica.
 
(by Francesco Colafemmina - 29.10.2014)