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Aethina in Australia
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Riceviamo dal Presidente di A.N.A.I., Sergio D'Agostino, questa lettera a lui inviata da un apicoltore italiano che si è recato in Australia per motivi di lavoro e ha avuto modo di vedere come si comporta Aethina tumida in quella nazione


Ciao Sergio,
mi ha fatto molto piacere sentirti e conoscerti: purtroppo in Italia vengono ascoltati soltanto gli amici degli amici e anche se si hanno delle conoscenze che potrebbero tornare utili a tutti, queste vengono ignorate se non fai parte di certi circoli esclusivi.
Come ti ho detto al telefono, sono stato in Australia nel 2010, dove l’Aethina Tumida era già endemica.
Le api, in assenza di varroa (e questo non è un particolare trascurabile) e nelle zone secche dell’interno, erano in ottima salute e l’Aethina danneggiava solo le colonie deboli (orfane o sciamate) o piccole (tutti i nuclei di fecondazione erano stati sostituiti con modelli in plastica di maggiori dimensioni). Sicuramente è da segnalare che lo scarabeo produceva danni anche nelle colonie provviste di trappole con esca avvelenata e che gli apicoltori erano stati obbligati a sostituire i telaini in legno e cera con quelli di plastica, per limitare quantomeno i danni ai materiali.
La cosa che mi ha colpito maggiormente è la velocità con cui il piccolo scarabeo arrivava attratto dall’odore delle api: abbiamo prodotto dei pacchi d’ape il mattino e li abbiamo poi lasciati all’ombra di un eucalipto nella pausa pranzo. Dopo circa 1 ora siamo andati a bagnare le api per idratarle, e sono rimasto sconvolto dalla quantità di scarabei che già si erano accumulati tra uno strato e l’altro dei pacchi.
Questo aspetto è importantissimo e va sicuramente segnalato: un camion di api in transito per una zona infestata può attrarre gli scarabei che saranno poi trasportati verso altre destinazioni.
Non è sufficiente pertanto impedire l’uscita delle api dalle zone sospette, ma occorre impedire anche il transito!
Lavorando con le api, inoltre, mi sono accorto di avere degli scarabei anche nel taschino del giubbotto, dove precedentemente avevo riposto delle gabbiette con delle regine da sostituire. La morale? Occorre disinfestare prontamente l’abbigliamento utilizzato durante le visite di controllo, per non contribuire alla diffusione del parassita.
In Australia, i danni maggiori erano stati nelle aziende sulla costa, dove l’umidità è maggiore (nell'area, la maggior parte delle aziende aveva chiuso). Non dormirei sonni tranquilli solo perché si sostiene che i danni negli Stati Uniti sono soltanto in Florida, dove il clima è tropicale caldo umido, mentre in California, con un clima estivo secco simile a quello della Sicilia, lo scarabeo è una patologia minore. Se l’umidità è bassa sono sicuramente minori gli adulti che giungono a maturazione, ma è anche vero che negli Stati Uniti non si fanno certo problemi a inserire negli alveari trappole avvelenate che possono inquinare il miele. Gli alveari sono trattati con Fipronil, Cumaphos ed Amitraz anche durante il raccolto di miele, tanto per dirne una.
Le ricerche condotte in Canada, particolarmente nella regione dell’Ontario, mostrano che lo scarabeo ha una grande adattabilità (sopravvivendo a inverni estremamente rigidi con temperature che possono arrivare anche a – 40 °C) e che è la combinazione di temperatura e umidità del suolo che ne determinano il numero di generazioni estive, e quindi la pressione sugli alveari. Tutti sappiamo che l’inverno della Pianura Padana non è così freddo, ed anche che, normalmente, le estati sono molto calde e molto umide. Non solo: penso alla frutticoltura intensiva dell’Emilia Romagna. Perché? Lo scarabeo si nutre anche di frutta in fermentazione, e questa combinazione di caldo umido e fonti di cibo potrebbe essere devastante, soprattutto per i produttori di regine del Bolognese che gestiscono migliaia di mini-nuclei di fecondazione. Andrei piano a dire che soltanto alcune aree del Sud hanno condizioni simili a quelle della Florida. Per questo occorre che il Ministero si attivi una volta per tutte per contenere il focolaio e dirami un protocollo di diagnosi e intervento da applicare subito in tutta Italia, provvedendo immediatamente a distribuire le trappole come fa con i vaccini in caso di epidemia.
La sconsiderata gestione del primo focolaio, dove la notizia è stata data senza aver prima predisposto un cordone sanitario con blocchi stradali e portuali, ha potenzialmente amplificato a dismisura le probabilità di diffusione. Si può sperare che gli apicoltori nomadi che hanno spostato gli alveari dalla zona del primo focolaio lo abbiano fatto prima che il piccolo scarabeo avesse completato il primo ciclo di riproduzione nel terreno, ma sicuramente quelli che, presi dal panico, le hanno spostate nel mese di settembre, hanno una grande probabilità di aver diffuso il parassita altrove. Viste le premesse, penso che il controllo (con delle trappole ma anche visivo, dal momento che le trappole hanno un efficacia parziale), sia immediatamente esteso a tutte le regioni Italiane (ma anche Austriache e Tedesche) dove ci sono apicoltori che hanno avuto api in Calabria. Nella totale assenza delle Istituzioni, possiamo contare soltanto sul senso di responsabilità dei singoli apicoltori che, se anche presi dal panico hanno spostato le api, devono immediatamente e costantemente monitorarle per determinare se con le arnie si sono portati anche l’Aethina, e agire di conseguenza. A questi apicoltori va tutta la nostra solidarietà e il nostro supporto.

A disposizione per altre informazioni.
 
(by Ermanno De Chino - 26.09.2014)