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E' la prima volta in apicoltura
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Porto S.Stefano, 4 marzo 2014

Egr. Direttore Editoriale,

sono molto lieto di apprendere come il contenuto della mia lettera che Ella ha pubblicato sul n. 2/2014 di Apitalia stia suscitando un così diffuso interesse ed abbia dato impulso ad un aperto dibattito tra molti che se ne sentono coinvolti e stimolati e che tutto ciò, come lei scrive, sia “la prima volta che accade in apicoltura”.
In modo particolare mi ha fatto piacere quanto hanno scritto in proposito sia Francesco Colafemmina che Luca Tufano.
Al primo devo ancora una volta esprimere profonda gratitudine perché sento che le sue parole scaturiscono da una convinzione interiore forte e sincera che mi mette in perfetta sintonia con lui. Quanto egli annota e osserva riguarda non solo l’aspetto pratico-operativo, ma pone in risalto piuttosto il moto del cuore e dell’anima che, si sente, custodisce nell’intimo e che lo spinge, come me, a considerare prezioso il contatto con la natura e indispensabile il suo rispetto, uniti alla contemplazione della sua bellezza e delle sue armonie. Da qui discende spontanea un'intesa sul modo diverso di intendere l’apicoltura e il conseguente atteggiamento di porsi, con umiltà, in attenta e incessante osservazione di questi meravigliosi insetti, assecondandoli quanto più possibile nel loro “stile di vita”, frutto dell’esperienza accumulata da questi pronubi nel loro DNA lungo il corso di milioni di anni. E tutto questo nella convinzione che la più valida sia, come lui dice con bellissima espressione, una visione dell’apicoltura che si alimenta di «meraviglia e di “stupore” per la natura e cerca di imparare da lei e non di insegnarle», certi che essa stessa può contenere ed indicare i rimedi alle patologie che l’uomo, scriteriatamente, ha contribuito a diffondere.
Il Sig. Tufano descrive, anche questa volta con la sua penetrante capacità di analisi ed acutezza di osservazione, lo stato dell’apicoltura e fa un’obbiettiva ripartizione delle responsabilità tra quelle attribuibili a “nemici esterni” e quelle che invece sono ascrivibili a comportamenti, superficialità, lacune, inerzie, egoismi, chiusure e miopie di quanti, specularmente, vengono definiti “nemici interni”.
E questo è vero e incontrovertibile! Io sono dell’avviso, però, che sia equo riconoscere che le due responsabilità hanno peso specifico ben diverso. Se consideriamo che Ministeri, Burocrazia, Istituzioni private e pubbliche, Centri di ricerca universitari e no, Associazioni ecc., dispongono, ovviamente a livelli diversi, di esercizio del potere decisionale, politico e amministrativo, di cultura, di strumenti adeguati in qualità e consistenza e di ancor più consistenti mezzi finanziari, cioè di soldi pubblici che sono anche degli apicoltori, e che quindi dovrebbero, loro, farsi carico di informare e formare, educare e indirizzare, regolamentare e supportare, mentre questi compiti non vengono quasi mai assolti, mi pare abbiano una responsabilità ben maggiore rispetto quella degli apicoltori stessi ai quali dobbiamo obbiettivamente riconoscere, ribadendo quanto scrisse Francesco Colafemmina, la non trascurabile attenuante di essere stati abbandonati a se stessi.
Dopo la sua analisi Luca Tufano, per quanto concerne specificatamente il mio scritto, ne cita alcuni punti riguardanti l’uso dell’acido citrico ed il relativo esperimento, punti sui quali esprime sue considerazioni con lo scopo, encomiabile, di presentare la sua visione delle cose onde evitare che quei punti, scrive, “possano involontariamente generare dei malintesi”.
Con questo stesso spirito cerco di illustrare accadimenti, aspetti e particolari entrando un po’ più a fondo nello svolgersi dei fatti per contribuire ad accrescere conoscenza al fine di una migliore concretezza e completezza del dibattito.
Per chiarezza di esposizione cito alla lettera, punto per punto, i brani del suo scritto che mi riguardano direttamente con, a seguire, i miei chiarimenti e precisazioni
A) «Crocini parla del trattamento con acido citrico e lo fa come se fosse la “scoperta” di alcuni apicoltori, persuasi, peraltro della sua assoluta efficacia... »
Nella relazione sull’esperimento Mussi ed io ci siamo premurati di far presente, con molta chiarezza, che non siamo scienziati e che, quindi, non abbiamo potuto, né possiamo, disporre di strumenti adatti a studiare ed approfondire le tematiche e che, come tali, non potevamo definire il nostro esperimento altrimenti che “empirico”.
Da una parte, perciò, abbiamo dichiarato di aver ottenuto risultati che ci sembravano degni di attenzione, dato che nell’alveare che abbiamo considerato “pilota” e trattato, con interventi quasi giornalieri, solo con somministrazioni di sciroppo all’acido citrico, “gocciolato” sul dorsi dei telaini e sul piano del coprifavo, lungo tutto l’arco del periodo 1/10/2010 - 4/8/2011 abbiamo registrato la caduta di oltre 15.000 acari, contati, assicuro, uno per uno.
Dall’altra parte, però, abbiamo, senza remore, dichiarato che lo svolgersi dell’esperimento aveva lasciato aperti numerosi interrogativi, tutti scrupolosamente elencati, interrogativi che a tutt’oggi non hanno trovato risposte certe.
Tutte queste domande che ci siamo posti e che abbiamo più volte tentato di girare a chi di competenza, mi sembra comprovino in maniera lampante che non abbiamo mai avuto l’intenzione di proclamarci certi dell’assoluta efficacia di quei trattamenti.
B) «… tanto da recarsi in sede europea a illustrare le proprie idee».
Nella lettera scrivo che l’occasione di contattare alcuni parlamentari della Commissione Europea ci fu offerta da terzi e che ciò avvenne con nostra non poca sorpresa.
Mussi ed io, lo dico con la mano sul cuore, non abbiamo mai cercato per noi stessi alcuna visibilità né riconoscimenti di sorta; in quel momento ci parve un’occasione piovuta dal Cielo e, dopo averci ben riflettuto, ci dicemmo che, nell’ottica del bene delle api, la sola che ci abbia sempre interessato e spinto, non potevamo respingerla. Influì sulla decisione anche la considerazione che così avremmo potuto, come infatti fu, richiamare l’attenzione degli interlocutori anche su tutte le altre numerose avversità afflittive per le api, richiamo oltremodo opportuno, a nostro avviso, perché proprio in quel periodo si era diffusa in Europa la convinzione, come ho già fatto cenno nel precedente articolo, che la causa principale della moria delle api fosse l’uso dei neonicotinoidi; anzi molti erano convinti che questi insetticidi fossero l’unica causa e che una volta eliminato il loro uso il problema “salute delle api” sarebbe stato completamente risolto.
Senza misconoscere la concreta pericolosità dei neonicotinoidi, invitammo ciascuna personalità incontrata a riflettere sul fatto che la moria è diffusa anche nelle zone in cui non sono stati mai usati quei prodotti chimici. A questo scopo consegnammo a ciascuno una memoria intitolata “Allarme rosso” preparata da Francesco Mussi.
Mi preme, quindi, ribadire che gli incontri di Bruxelles non sono frutto di una nostra iniziativa e affermare, in tutta coscienza, che da quei contatti Mussi ed io non abbiamo tratto alcun vantaggio personale, né di ordine morale o di prestigio, visto che nessuno ci ha neppure ringraziato, né di ordine economico, dato che non solo non abbiamo ricevuto alcun compenso, ma non abbiamo neanche ricevuto un centesimo di rimborso dei 2000 € che fra tutti e due abbiamo speso per viaggi e soggiorni. Non ce ne lamentiamo, anzi questo ci soddisfa.
C) «In realtà le cose non stanno affatto così… C’è una ricerca del 2001 del prof. Milani che dimostra che l’acido citrico agisca sì in modo simile all’ossalico (quindi per contatto e la questione dell’acidificazione dell’emolinfa è un’invenzione)… ».
Nella relazione abbiamo affrontato l’argomento del meccanismo di azione dell’acido citrico ed abbiamo formulato un’ipotesi: poiché è accertato che nella varroa è una molecola di rame che è adibita al trasporto di ossigeno, l’acido citrico dovrebbe combinarsi con quella molecola ed essere per questo letale per la varroa che lo ingerisce, nutrendosi con l’emolinfa. Arrivammo a questa conclusione perché abbiamo sempre somministrato lo sciroppo contenente citrico con il metodo della “gocciolatura” sui dorsi dei telaini di nido o spargendolo sul piano del coprifavo; non l’abbiamo mai spruzzato come l’ossalico e le api non ne sono state bagnate, ma lo hanno ingerito. In queste condizioni, visto che senza la spruzzatura è poco probabile che si crei contatto fisico tra la varroa e il liquido (se non ne sono bagnate le api perché dovrebbero esserlo gli acari?), non potemmo che supporre che l’acido citrico, assunto dalle api, svolgesse la sua azione avverso la varroa per ingestione quando questa si nutre (azione sistemica).
Adesso quella intuizione non è più un ipotesi perché successivi riscontri di laboratorio ci consentono di affermare, ora con sicurezza, che l’acido citrico colpisce la varroa con azione sistemica combinandosi con la molecola di rame.
Comunque, non siamo ancora giunti al termine dell’esperimento perché dall’Agosto 2013 abbiamo ripreso gli interventi mettendo allo studio, sulla base delle indicazioni avute dalle esperienze precedenti, procedure innovative con significative modifiche ed integrazioni della metodologia.
Detto questo, domando:
Ma i risultati degli studi del prof. Milani sono stati portati a conoscenza degli apicoltori, magari tramite le loro associazioni o ci si è limitati a trattarli, come riferisce il Sig. Tufano, su “Apidologie n. 32 anno 2001” che ritengo sia una pubblicazione ad esclusivo uso e consumo degli accademici addetti alle attività di ricerca? E quindi, gelosamente riservata ai soli addetti ai lavori?
Se è così, e credo di non sbagliarmi, di cosa stiamo parlando?
La comunicazione, la diffusione delle risultanze di una qualsiasi attività di ricerca, una volta accertate, controllate, testate e così via, non dovrebbero essere, per obbligo di coscienza professionale se non di legge, iniziativa e premura di uomini e istituzioni che queste ricerche conducono e per le quali ricevono generosi finanziamenti? Non dovrebbero, questi uomini ed istituzioni essere chiamati a rendere conto pubblicamente dei loro atti e dimostrare di aver utilizzato i fondi per uno scopo effettivamente proficuo per la comunità che quei fondi ha elargito? Non dovrebbero, cioè, perseguire e rispettare in concreto l’interesse pubblico, mitico obbiettivo sempre pomposamente indicato ed incensato e nella stragrande maggioranza dei casi usato ed abusato solo a parole?
Richiamando quanto ho argomentato all’inizio, quale livello di responsabilità dovremmo attribuire a questi mancati adempimenti nei confronti della comunità in generale e del mondo dell’apicoltura in particolare?
D) «En passant, ci chiediamo, inoltre, se prima di andare a Bruxelles era stato tentato e proposto un confronto serio in Italia con i qualificati operatori del settore apistico: forse avrebbe giovato alla causa più generale della lotta alla Varroa, meglio di quanto non facciano iniziative isolate e non coordinate».
Non posso fare a meno di notare, en passant, che in questo punto il Sig. Tufano cambia repentinamente il suo modo di esporre e passa dall’uso della prima persona singolare al “noi”, quasi a voler dare, con questo che appare un breve e certamente casuale sconfinamento nel “plurale maiestatis”, maggiore forza, incisività e autorevolezza alla sua opinione.
Sento, perciò, doveroso rispondere a questa forte presa di posizione con il sottolineare alcuni particolari a chiarimento dell’operato di Mussi e mio.
Questo perché sono convinto che nell’esaminare una questione, un fatto, un comportamento è, sì, necessario osservarlo dall’esterno e dall’alto per poterne cogliere forma e dimensioni, ma poi è altrettanto necessario scendere, abbassarsi, penetrare all’interno della materia trattata per conoscerne i particolari e, perché no, perfino i dettagli, perché solo dopo aver conseguito anche questa conoscenza si può essere sufficientemente sicuri di avere una completa e corretta percezione dell’insieme.
E’ dunque con questa mia visione delle cose che mi accingo ad alcuni chiarimenti.
Il “prima di andare a Bruxelles” è formato dall’inanellarsi di molti, molti anni della vita che Francesco Mussi ha passato accanto alle api ad allevarle, curarle e osservarle. In questi molti anni non si contano i tentativi da lui fatti per cercare un serio confronto “con i qualificati operatori del settore apistico” e nei molti convegni, riunioni, congressi a cui ha partecipato non ha mai mancato di stimolare il loro interessamento alle sue idee; e, creda, lui di “operatori” ne ha incontrati tanti in più di sessant’anni di attività, ma è sempre rimasto nell’incertezza di quanti e di quali fra quelli incontrati fossero “qualificati”! Tutto quello che ha raccolto da questi tentativi sono stati, in ordine di crescente disagio per lui, indifferenza, derisione, avversione, contrapposizione, tentativi di plagio.
Venendo allo specifico dell’esperimento, la nostra relazione è stata redatta in tre successivi “steps”: un resoconto stilato dopo 5 mesi dalla partenza e datato 1/3/2011, un primo aggiornamento dopo altri 2 mesi e mezzo redatto il 25/5/2011 e un secondo e ultimo aggiornamento dopo 15 mesi di lavoro, datato 15/1/2012.
Fin dalle prime stesure abbiamo inviato il documento a tutti gli apicoltori di nostra conoscenza e ad esponenti della ricerca.
Nel corso del 2011, un ricercatore universitario, che aveva letto la relazione, impostò su quelle risultanze un piano di ricerca, ma non ritenne di chiedere la nostra collaborazione nello stendere il progetto ed i criteri operativi; qualcosa della nostra esperienza, travasata nel protocollo, forse avrebbe potuto essere utile per la sua riuscita.
In seguito abbiamo saputo da altri apicoltori, che avevano applicato le metodologie indicate da quel ricercatore, che ne erano stati delusi. Questa circostanza ci ha fatto sorgere molti dubbi, ma non è questa la sede per esplicitarli; non mancherà occasione!
Nel febbraio 2012 fui incaricato di presentare una relazione sull’esperimento al V Convegno Apistico Nazionale di Massa, al quale erano presenti anche 2 ricercatori di due diverse Università.
Sempre nel corso del 2012, la nostra relazione è stata pubblicata sui nn. 4 e 5 di Apimondia mentre sul n. 4 di Apitalia è stato riportato il mio intervento al Convegno di cui sopra.
Nel gennaio 2013 abbiamo anche tentato di avere un contatto con il ministero della Salute – Direzione Generale della sanità animale e del farmaco veterinario, al quale Mussi chiese un colloquio. Il colloquio non fu concesso e la risposta, in perfetto burocratese, fu di inviare loro un documento che spiegasse le tecniche che avevamo messo a punto, documento da far valutare, scrissero, dal loro “Centro di referenza per l’Apicoltura!”. Anche qui, senza dar modo a Mussi di dire la sua.
Mi fermo qui perché penso che tutto quello che ho scritto sia ampiamente sufficiente a comprovare che Mussi in tutta la sua vita non ha mai desiderato che le sue iniziative rimanessero “isolate e non coordinate”. Al contrario, l’auspicio che sulle sue idee convergessero attenzione ed interesse delle “Autorità Competenti” è stato sistematicamente frustrato dalle personalità ripetutamente contattate che avrebbero dovuto, invece, accogliere le richieste, almeno per quanto concerne l’incontro ed il colloquio.
Ed io che devo a lui tutto quello che ho imparato sulle api, sono testimone e, negli ultimi tempi, anche co-protagonista di tutto questo.
E) «Questo è un caso che rivela come gli apicoltori e gli scienziati siano troppo spesso, purtroppo, delle individualità separate le une dalle altre, senza scambio reciproco di informazioni, il che comporta molta confusione e perdita di risorse e di tempo (e di api ovviamente)».
Nella prima parte di questa lettera, al 5° paragrafo, parlo del diverso peso specifico delle responsabilità da ripartire tra scienziati ed apicoltori. A questo proposito mi sembra molto significativo un episodio che ho vissuto personalmente.
Tra i vari punti interrogativi rimasti irrisolti, uno riguardava, come ho già detto, la struttura molecolare della varroa; una risposta precisa a questa domanda ci avrebbe chiarito molte idee.
Per cercare di trovare qualcosa in proposito, mi misi a navigare in internet cliccando su varie combinazioni di parole e, per successivi passaggi su argomenti correlati, venni a conoscenza che il settore ricerche della facoltà di agraria di una Università aveva, nel 2007, impostato una ricerca proprio sulla composizione bio-mineralogica della struttura del nostro acaro e che il programma era stato terminato nel 2010; sul sito, però, non erano stati pubblicati i risultati.
Scrissi allora diverse e-mail al Rettore, al Preside di Facoltà, al Responsabile del team di ricercatori; scrissi e sollecitai e risollecitai, ma non ebbi mai risposta.
Nel frattempo, un apicoltore residente nella regione in cui si trova l’Università, aveva preso visione della nostra relazione ed aveva stabilito un ricorrente contatto telefonico con me. In una di queste conversazioni gli confidai la mia delusione per il mancato contatto con quell’Ateneo. Si mostrò subito interessato, dicendomi che l’Università era vicinissima a casa sua, che lì dentro aveva un buon amico e si offrì di farmi da tramite, assicurandomi che avrebbe chiesto a quel suo amico la cortesia di procurargli il resoconto della ricerca.
Ne fui veramente contento e mi considerai fortunato.
Dopo una decina di giorni l’apicoltore mi telefonò, profondamente rammaricato, dicendomi che, in conseguenza della sua insistita richiesta di quella cortesia, aveva perso l’amico!
Così vanno le cose! Come meravigliarsi che gli apicoltori navighino nel buio e l’apicoltura si trovi in stato comatoso? Dove risiedono, torno a domandarmi e a domandare, le maggiori e più pesanti responsabilità della situazione disastrosa che abbiamo sotto gli occhi?
 
(by Luciano Crocini)