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Le api si possono salvare, basta volerlo!
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Spero che gli apicoltori leggano con attenzione questi appunti, saranno pubblicati anche su Apitalia di ottobre 2012, e mettano in pratica le mie indicazioni: sono certo che riusciranno a salvare le loro api.
Molto probabilmente non arriveremo mai ad estirpare completamente né l’acaro Varroa né il fungo Nosema ceranae e penso che, purtroppo, dovremo lasciare questa eredità alle future generazioni di apicoltori. In ogni caso, è necessario impegnarsi per evitare il sopraggiungere di altre nuove patologie che sembra si stiano già diffondendo al di là dei confini europei

Con lo spirito che mi anima, da moltissimi anni, mi sono attivato per cercare di salvare quel poco che è rimasto della vera Ape italiana (Apis mellifera ligustica spinola). Purtroppo il mio lavoro è, anno dopo anno, sempre più difficile, in quanto le api sono assediate dagli ibridi che, in continuazione, arrivano da ogni parte del globo. A quanto mi risulta, anche altre realtà operative si sono prefissate la stessa finalità e, con lo scopo di individuare una soluzione, le istituzioni erogano generosi contributi. Inevitabile l\'interrogativo. Chi riceve questi finanziamenti, conosce realmente l’ape ligustica? Che tipo di “ligustica” questi tecnici o esperti apistici stanno cercando di salvare?
Una volta per tutte, occorre sottolineare che, per salvare l’Ape Ligustica e le api in generale, è necessario “conoscerle e conoscerle bene”, per poterne capire i comportamenti e per rispettarne, successivamente, le loro necessità.
Un primo passaggio in questo mio impegno si è contraddistinto nell’utilizzo del succo di limone (acido citrico) che ho positivamente sperimentato nella lotta a Varroa destructor e del quale ho già parlato dettagliatamente, Apitalia n. 6/2012, con l’amico Luciano Crocini. In ogni caso, se mai ci fosse qualche apicoltore con eventuali dubbi in proposito, resto a disposizione per qualsiasi spiegazione che mi venga richiesta e sono pronto ad ogni approfondimento. Ciò perché sono convinto che, conoscendone l’impiego, si tratta di un prodotto naturale e poco costoso, in grado di combattere in maniera efficace il terribile acaro che da oltre trent’anni sta arrecando ingenti danni all’apicoltura mondiale. Credo, pertanto, che possa essere di grande aiuto per tutti gli apicoltori.
Inoltre, nell’ultimo periodo sto focalizzando la mia attenzione su un’altra avversità che colpisce le api: il Nosema ceranae.
Si tratta di un protozoo unicellulare (fungo) che, a quanto riportato dalle riviste del settore, aggredisce l’intestino delle api, dove si moltiplica a dismisura causando danni irreversibili e portando le api a morte molto prima della scadenza naturale.
Non è di recente importazione (forse è contemporaneo all’arrivo della Varroa in Europa, e anzi si pensa che sia stato introdotto proprio da questo acaro): fino a qualche tempo fa, non aveva manifestato tutta la sua pericolosità perché non si era sufficientemente sviluppato.
Proprio in questi ultimi anni ha raggiunto un’altissima virulenza e, secondo il mio punto di vista, attualmente rappresenta la prima causa del collasso delle colonie che in Italia e nel mondo sta suscitando un forte allarme.
In merito, sta invece circolando una diffusa e insistita opinione che vede come principale causa dei collassi i neonicotinoidi. Che ne penso? Non sono d’accordo con la linea di pensiero perché, mentre le avversità interne dell’alveare colpiscono le api, il danno di questi prodotti tossici si riscontra solo laddove se ne faccia effettivo uso per la produzione “delle colture intensive (come il mais)”. Le api muoiono in egual misura anche dove non vengono usati i suddetti principi attivi. Sono, allora, convinto che non sia il problema, ma, eventualmente, solo un problema. Così penso di poter affermare con certezza che il “nemico” maggiore sia senz’altro il Nosema ceranae.
Si dice che si tratti di un\'avversità “asintomatica”, cioè che non se ne noti la presenza se non quando è ormai troppo tardi: ora i favi del nido invecchiano molto più precocemente rispetto a quanto invecchiassero prima dell\'arrivo di Varroa e Nosema ceranae.
Mi sono, dunque, cimentato nello studio pratico e giornaliero, in rapporto ai danni subiti dall’alveare; dall\'attenta e ripetuta osservazione, sono giunto a constatare che alcuni sintomi esistano da oltre vent’anni a questa parte. Ad esempio, abbiamo notato che i favi vecchi del nido invecchiano molto più velocemente rispetto alla diffusione d fungo, partendo proprio dall’attenta analisi dei favi invecchiati precocemente. Ho, quindi, avuto conferma che, mentre una volta i favi assumevano un colore marron-scuro, ora volgono rapidamente al nero in due o tre anni; ciò è sicuramente dovuto all’accumulo di un numero spaventoso di spore di Nosema ceranae.
Già alcuni anni fa provai la sensazione di trovarmi di fronte ad una dura realtà. Ero convinto, infatti, che le notizie relative ai collassi di colonie che si facevano sempre più frequenti, indicassero una nuova patologia distruttiva in atto: la condizione in cui si trovavano questi favi che stavo osservando diede purtroppo conferma ai miei timori.
Continuando e approfondendo l’indagine, ho constatato l’aggravarsi del quadro generale: quello che ho visto, non a caso, mi ha convinto che le spore del fungo non si trovino solo nell’intestino delle api, ma anche e soprattutto sulla superfice dei favi e in tutte le parti del superorganismo alveare, cioè:
• sulle pareti dell’arnia (che assumono anch’esse molto velocemente un colore nero);
• nella covata;
• nella propoli;
• nel miele del nido (e quindi nel cibo larvale);
• all’interno della cera dove vengono inglobate dalle api che, nella stagione attiva, la plasmano in continuazione.
In queste condizioni, appare palese che non sia sufficiente mirare a colpire il Nosema presente nell’intestino delle api trattando il loro cibo con antifungini, ma è piuttosto indispensabile provvedere, preventivamente o quantomeno contemporaneamente, anche a ridurre in modo drastico le spore che, a miliardi, infestano tutta la struttura dell’alveare. Anche i melari con i relativi favi dovranno essere sterilizzati durante l’inverno con l’acido acetico.
In caso contrario, accade che dalle deposizioni della regina nascano api adulte in numero inversamente proporzionale all’intensità dell’infestazione: più questa aumenta, meno api sfarfallano, fino ad arrivare ad un punto critico in cui le api adulte e malate si saranno drasticamente ridotte di numero e le nuove, anche se nate indenni (ma ne dubito), verranno presto colpite dal fungo; si arriva così al collasso.
Le notizie che mi sono pervenute riportano, a tale proposito, che l’anno scorso le colonie hanno iniziato a collassare verso la metà di luglio e che quest’anno le perdite hanno cominciato a verificarsi già ai primi di giugno. Finché persisterà la situazione è facile prevedere che il prossimo anno le colonie inizieranno a collassare già a maggio.
Spinto da queste allarmanti notizie, mi sono proposto di individuare la migliore alternativa, sempre servendomi di prodotti naturali, per contrastare la presenza di questo “nemico” all’interno dell’alveare. Nella ricerca ho tratto uno spunto significativo dalla lettura del libro “Nozioni pratiche sulle malattie delle api” di Giordani Vecchi Nardi (1982); nel capitolo dedicato al “Nosema apis” gli autori scrivono che, per sterilizzare i favi dal fungo, si possano usare due prodotti: il fumidil B, che è un antibiotico (a noi è un prodotto che non interessa, convinti come siamo che qualsiasi patologia delle api debba essere combattuta con prodotti naturali); l’acido acetico (per noi è più accettabile).
Appresa l\'informazione mi sono detto: se viene autorevolmente affermato che l’acido acetico è utile contro il Nosema apis, forse svolgerà una buona azione di contrasto anche nei confronti del Nosema ceranae.
Seguendo perciò il secondo suggerimento, nel 2010 ho iniziato a spruzzare sui favi e sulle api aceto di vino o di mele addizionato con saccarosio, contemporaneamente ho sempre continuato a nutrire le api con sciroppo all’acido citrico leggermente modificato con l’aggiunta di un po’ di aceto. Ho sottoposto i miei alveari a questi trattamenti per tutto il 2010/2011 e per i primi mesi del 2012 (naturalmente in assenza di melari).
Durante i primi giorni di aprile di quest’anno, dal momento che le colonie erano ben sviluppate e le api costrette alla permanenza forzata nell’alveare, a causa del maltempo, ho iniziato a collocare sui portafavi un panno spugna imbevuto con circa 30-40 cc di aceto di vino (circa la metà sui nuclei). Ho praticato il trattamento ogni due/tre o quattro giorni, secondo le condizioni meteo.
Trascorsa qualche settimana, ho notato che la covata si era fatta più compatta e più estesa. Inoltre, i favi del nido riprendevano piano piano il loro colore naturale, perdendo quel funereo colore nero. Ad oggi, primi di luglio 2012, le mie colonie sono in perfetta forma, le api si sono ben organizzate con scorte di miele e di polline nel nido e stanno riempiendo i melari. Con gli alveari “rinati” registrerò una buona produzione di castagno, tanto più che, grazie a Dio, nella nostra zona (Alta Toscana) quest’anno il Cinipide galligeno non ha fatto danni più di tanto.
Alcuni soci del gruppo A.R.L.E.A., come Tenerini e Vignali, hanno utilizzato la soluzione di aceto di vino e zucchero in proporzione 1:1 (un kg di zucchero in un litro di aceto), spruzzandola con adatti strumenti professionali sopra i telaini del nido e sulle api nella misura di 40/50 cc ogni volta, insistendo per numerose volte. I loro alveari hanno trascorso benissimo l’inverno e i due apicoltori sono estremamente soddisfatti della vigoria con cui le loro colonie stanno affrontando la stagione produttiva. All’inizio dell’autunno, ovviamente in assenza di melari, continuerò ad utilizzare lo stesso prodotto, diradando gli interventi e seguendo un criterio di semplice “mantenimento” della condizione di benessere raggiunta dagli alveari.
Constato, quindi, con sollievo che l’uso dell’aceto di vino, tanto con l’uno che con l’altro metodo, svolge egregiamente la sua funzione. Ciò perché una parte di esso viene ingerito dalle api, che così disinfettano il loro intestino. La parte rimanente evapora e le api con la ventilazione fanno sprigionare i saprofiti che si spargono in alveare e vanno a disattivare le spore del Nosema sui favi.
Noto, infine, che l’aceto non causa danni alle api; in qualche caso si è notato solo un lievissimo incremento dell’irascibilità. Raccomando di non esagerare nella somministrazione, perché in alcuni casi (dosi troppo elevate) ho bruciato “la covata aperta”.

NOTA
Spero che gli apicoltori leggano con attenzione questi appunti e mettano in pratica le mie indicazioni; sono certo che riusciranno a salvare le loro api.
Molto probabilmente non arriveremo mai ad estirpare completamente né l’acaro Varroa né il fungo Nosema ceranae e penso che, purtroppo, dovremo lasciare questa eredità alle future generazioni di apicoltori. In ogni caso, è necessario impegnarsi per evitare il sopraggiungere di altre nuove patologie che sembra si stiano già diffondendo al di là dei confini europei.
Allora, mi auguro che le autorità sanitarie dell’Ue prendano coscienza del pericolo e adottino seri e drastici provvedimenti in merito, impedendo lo scambio di materiale genetico da un Continente all’altro e evitando, in tal modo, anche la dannosa proliferazione degli ibridi.
Nel corso dell’esperimento mi sono rivolto a un laboratorio di analisi, portando alcuni campioni che hanno purtroppo confermato tutte le mie osservazioni.
 
(by Francesco Mussi)