Attualità
Il mondo delle api a misura d'uomo
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Promemoria sulle avversità delle api e riflessioni sui possibili rimedi
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Recentemente, Francesco Mussi e Luciano Crocini, a Bruxelles, presso la sede del Parlamento europeo, hanno esposto le loro idee sulle vere cause della moria delle api, ricevendo una considerevole attenzione. Pubblichiamo subito sul sito, per far conoscere agli apicoltori i punti salienti dei loro interventi. A giugno, li troverete su Apitalia


Innanzitutto, esprimiamo gratitudine per l’opportunità che ci viene concessa con questo incontro e per l’attenzione che viene riservata al contenuto della nostra relazione sull'uso – sperimentato - dell’acido citrico, nella lotta a “Varroa destructor”. A questo proposito elenchiamo i punti cui attribuiamo molta importanza:
• saturazione dell’alveare con il succo di limone (a.c.);
• efficacia dell’a.c. per ingestione (azione sistemica), al contrario degli altri prodotti usati finora che agiscono per contatto e ai quali la varroa sa ora sfuggire, rifugiandosi sotto gli sterniti e/o i tergiti delle api;
• necessità di un progetto di ricerca scientifica che possa fornire risposte precise sul ciclo di vita e sul comportamento della varroa, a oggi quasi completamente sconosciuto, e sugli altri interrogativi che abbiamo posto a conclusione della nostra relazione.
Come ben sapete, però, il parassita “varroa” è solo una delle numerose patologie (varie virosi, diverse fungosi, manifestazioni pestose, ecc.) che in tutto il mondo affliggono gli alveari.

L’ultima in ordine di tempo, e di cui si sta parlando con sempre maggior insitenza perché sta suscitando molta preoccupazione, è il “Nosema ceranae”(ma altre patologie sembra stiano già profilandosi all’orizzonte – vedi Aethina tumida, Tropilaelaps clarae, ecc).

Permetteteci, perciò, di cogliere questa occasione per presentarvi, con sincero spirito di collaborazione per la salute delle api, una sintesi delle idee e delle convinzioni che, con l’esperienza pratica di moltissimi anni di attività in apicoltura, abbiamo maturato circa i motivi che hanno portato all’attuale, drammatica situazione, della cui gravità parla anche codesta Commissione nella comunicazione che, in data 06/12/2010, ha inviato al Parlamento europeo e al Consiglio.
A nostro avviso, le principali cause del diffusissimo disagio, si possono sintetizzare in tre comportamenti, ormai consolidati nell’attività pratica degli apicoltori:
1. errata gestione degli alveari.
2. Importazione di materiale genetico da tutti i Continenti.
3. Forzature conseguenti al mancato rispetto del mantenimento delle peculiarità di ogni razza e delle esigenze di adattamento di ciascuna alle condizioni climatico/ambientali:
a. sottovalutazione degli “ecotipi”;
b. ibridazioni delle razze europee fra loro e tra queste e le altre razze extraeuropee.

Punto 1)
Crediamo di poter affermare che gli apicoltori hanno perseguito, sempre più tenacemente, l’obiettivo di massimizzare il risultato quantitativo della produzione di miele. Hanno, infatti, gestito i loro alveari cercando di piegare l’istinto e l’ancestrale comportamento delle api al proprio disegno utilitaristico. Non si sono curati, cioè, di osservare quali fossero le loro vere esigenze di vita e hanno inanellato così una nutrita serie di errori sui quali, a nostro avviso, dovrebbe essere posta un’attenta riflessione.
Mettiamo a fuoco due soli casi:
• da oltre 150 anni l’uomo ha messo a disposizione delle api un “abitacolo” che non corrisponde alle loro esigenze naturali tanto che, a nostro avviso, se vogliamo sperare in alcuni risultati positivi, l’arnia deve essere rivisitata in ogni suo componente. Facciamo un esempio tra le diverse “anomalie” elencabili: la porticina di volo che, contro ogni logica imposta dalla legge fisica, è situata in basso, mentre se osserviamo le api in ambienti da loro scelti in natura (tronchi d’albero cavi, anfrattuosità nelle rocce, fessure di vario genere nei muri, ecc) vediamo che esse costruiscono i favi al di sotto del punto d’ingresso. Tale comportamento obbedisce a una ben precisa esigenza perché in questa posizione la porticina funziona anche da camino, dato che, per la legge fisica di cui sopra, l’aria viziata sale e fuoriesce, naturalmente, dalla fessura superiore. Di conseguenza, nell’interno dell’alveare si crea un continuo ricambio d’aria senza che le api debbano ventilare, come, invece, sono costrette a fare nelle arnie “razionali” per forzare il ricambio; con triplo beneficio: risparmio di energia, conseguente allungamento della vita delle api e minor consumo di cibo.
• Altro esempio di errore che commettono tutti gli apicoltori è quello di dare, con i fogli cerei, una misura di cella inadeguata alla grossezza dell’ape; ogni razza ha le sue misure e ciascuna, quindi, dovrebbe poter nascere in una “casa” confortevole; ma, per ciascuno degli ibridi che si sono formati, qual è oggi la misura giusta della cella?

Punto 2)
Sempre nell’ottica del massimo risultato economico possibile, si è dato impulso a un sempre più vasto commercio internazionale di regine e di pacchi d’ape attraverso il quale, come nel passato, si continuano a importare/esportare anche le patologie che, purtroppo, ben conosciamo (pesti, varroasi, virosi, fungosi, ecc, ecc.) e si corre il concreto rischio di diffonderne molte altre.
Ciò che colpisce è che non sono valse le prime esperienze negative, che pur tutti gli apicoltori avevano vissuto! Siamo dell’avviso che un commercio così incontrollato e indiscriminato, e che ha originato pratiche sconsiderate e dannose, debba essere, a tutela della salute delle api, frenato e disciplinato con opportune, rigide norme cautelative di ordine sanitario.
L’allarme ora si sta diffondendo e per fronteggiare la situazione, molte associazioni, ci risulta, non trovano di meglio che invocare con insistenza un intervento delle autorità politiche e sanitarie che autorizzino l’uso degli antibiotici in alveare.
Un’eventualità di questo genere, a nostro avviso, sarebbe deleteria: come avviene con ogni prodotto di sintesi anche l’uso degli antibiotici porterebbe a un progressivo degrado della specie. E’ noto che questo impiego, per i preoccupanti effetti di assuefazione riscontrati, oggi è divenuto problematico anche per la specie umana perché da molte parti si afferma che se ne è abusato, prescrivendoli troppo frequentemente e disinvoltamente. E’ facilmente immaginabile quali danni potrebbero derivare alle api se si considera che, per esse, la somministrazione dovrebbe necessariamente essere prolungata, se non addirittura continuativa.

Punto 3)
I due aspetti sono la diretta conseguenza dei comportamenti descritti nei due punti precedenti.
a) Gli “ecotipi”
Nei 12.000 anni trascorsi dopo l’ultima glaciazione, ogni razza ha impiegato quel lungo periodo di tempo per adattarsi al meglio alle varie latitudini per cui ciascuna, pur mantenendo la sua purezza, ha potuto sviluppare ecotipi diversificati, a seconda delle caratteristiche climatico/ambientali delle varie zone. Ad esempio: l’ape ligustica italiana, adattatasi al clima del nord Italia, mal sopporterebbe di essere trasferita, poniamo, al sud Italia, dove, invece, la stessa ape, ivi già acclimatatasi, vive e prospera tranquillamente; ma, a sua volta, avrebbe molte difficoltà a subire senza danni o quantomeno disagi un suo trasferimento al nord.
b) Le ibridazioni
La perdita della genuinità e della rusticità di una razza è già di per sé molto dannosa per la stessa sopravvivenza della specie. Inoltre, non possiamo ignorare il fatto che l’ibrido, mentre nella prima fase manifesta le caratteristiche positive di entrambe le razze che si sono fuse e quindi dà risultati positivi; di contro, anno dopo anno, decennio dopo decennio, tende a degradare, facendo emergere le doti negative sia dell’una che dell’altra razza, giungendo fino a non essere più in grado di compiere il suo lavoro per cui è da sempre “strutturata”: impollinare e produrre miele per la sua sopravvivenza!
L’ibridazione produce anche altre incongruenze. Ad esempio, nel caso di una ibridazione tra Apis intermissa del nord Africa e Apis carnica, qualora nell’ibrido predominassero le qualità dell’ape intermissa e fosse trasferito al nord, certamente non sarebbe in grado di adattarsi a quei climi. E così via… Tutto questo senza considerare eventi anche tragici come sta accadendo in centro America, dopo che si è realizzato un incrocio tra un’ape europea ed un’ape africana; quelle api, “africanizzate”, hanno sviluppato un’aggressività tale che non solo stanno sostituendo le razze già presenti, ma stanno anche facendo vittime umane e animali! Da qualche tempo, anche gli apicoltori europei lamentano una maggiore - sempre più crescente - aggressività delle loro api.

Gli aspetti del degrado che sta attraversando l’apicoltura e i problemi che stanno portandola al disastro sono molteplici e complessi e noi ne abbiamo appena sfiorati alcuni. E\\\' auspicabile che, partendo dalle più alte autorità del settore, fino alle grandi e piccole associazioni e a ogni singolo apicoltore, se ne prenda coscienza così che ne possa scaturire un’azione sinergica per affrontare, tutti insieme, senza ulteriori indugi e tentennamenti, la grave emergenza in atto. L’alternativa sarebbe un drammatico esito per l’apicoltura di tutto il mondo.

Affrontato, a nostro avviso positivamente, il problema varroa, ci stiamo ora impegnando, in alacre collaborazione con tutti gli altri componenti dell “gruppo A.R.L.E.A.A.”, e sempre con l’uso di prodotti alimentari naturali, nella ricerca di un valido contrasto al preoccupante diffondersi del “Nosema ceranae”, il fungo che non solo attacca e distrugge l’apparato intestinale delle api riducendo drasticamente le loro aspettative di vita, ma infesta massicciamente anche tutta la superficie dei favi e delle pareti interne dell’arnia.
Abbiamo già ora qualche primo riscontro agli interventi sperimentati e contiamo, entro un anno da oggi, di poter riferire a codesta Commissione risultati e risposte più precise, o speriamo addirittura conclusive, in merito.
Allo stesso modo stiamo preparandoci ad affrontare anche altre patologie che, come temiamo visto il comportamento degli apicoltori di cui abbiamo detto, potranno presentarsi a squilibrare il naturale assetto delle colonie.
Contemporaneamente, sempre come gruppo A.R.L.E.A.A., stiamo studiando i migliori aggiustamenti – strutturali per le arnie e comportamentali per gli apicoltori – per cercare di eliminare i numerosi errori di gestione che a nostro avviso sono stati accumulati, come già detto, negli ultimi 150 anni di gestione degli alveari.
A completamento del quadro delle nostre attività, sottoliniamo che il gruppo “A.R.L.E.A.A.” è anche costantemente impegnato per:
- proseguire nel nostro primo, costitutivo e già pluridecennale lavoro per la selezione massale della vera “Apis mellifera ligustica Spinola”, anche allo scopo di realizzarne il reinserimento, il più esteso possibile, nell’ambiente ancestralmente suo proprio: la Penisola italiana.
- condurre studi ed esperimenti pratici, al fine di ottimizzare l’utilizzo dell’a.c. nella lotta a “Varroa destructor” e cioè per eliminare, o quanto meno ridurre drasticamente, il numero di visite alle colonie, con il duplice obbiettivo di:
a) sollevare l’apicoltore da un impegno nell’attualità gravoso;
b) disturbare il meno possibile la normale attività delle colonie che, dopo ogni visita all’alveare, ristabiliscono il loro assetto organizzativo solo dopo molte ore.


P.S.

I NEONICOTINOIDI

Volutamente non abbiamo preso in considerazione l’argomento perché la nostra attenzione è concentrata solo sulla ricerca dei rimedi alle malattie ed alle infestazioni che affliggono gli alveari.
I neonicotinoidi non sono una malattia ma il prodotto di uno sconsiderato comportamento dell’uomo e non c’è né cura né medicina che possano proteggere i nostri preziosi insetti dalle calamità che lo scriteriato uso della chimica sta provocando in tutto il mondo.
L’unico rimedio possibile è che gli “apprendisti stregoni” rinsaviscano ed i neonicotinoidi – così come molti altri prodotti tossici impiegati in agricoltura – siano banditi per sempre.
 
(by Francesco Mussi, Luciano Crocini - Gruppo A.R.L.E.A.A.)