Speciale Apicoltori - n. 570, settembre 2007
Gli uomini dell'Apicoltura in Italia
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 • Emilio Iacovanelli
5 generazioni al servizio dell’apicoltura
di Massimo Ilari, Alessandro Tarquinio
 
 CARTA DI IDENTITÁ
 nome  Emilio
 cognome  Iacovanelli
 età  57
 regione  Abruzzo
 provincia  CH
 comune  Val di Sangro
 nome azienda  Apicoltura Iacovanelli
inizio attività  1896
arnie  500
 apicoltura  Nomade
tipo di api  Apis Mellifera Ligustica
 tipo di miele  Sulla
Agrumi
Girasole
Eucalipto
Castagno
Millefiori
 miele prodotto  350 quintali/anno
 
 • L'Intervista
 
Come ha iniziato l'attività di apicoltore?
Diciamo che è nata nel mio sangue, sono cresciuto nella azienda apistica di famiglia, che si è formata nel 1896. La storia della nostra apicoltura prende le mosse dalla passione di Giuseppeantonio Iacovanelli, umile mugnaio di un piccolo paese abruzzese, Tornareccio. Vedendo crescere numericamente la sua famiglia, alla nascita del quinto figlio pensò di intraprendere una nuova attività. Così, cadeva il 10 maggio del 1896, si recò a Villa Santa Maria, paesino sui monti della Val di Sangro, e comprò due “cupi”, rozze casse di legno a forma di parallelepipedo, da un collega. Si origina da quei cupi la passione di famiglia per l’apicoltura: da Giuseppeantonio al figlio Emilio che trasformò i cupi in arnie; poi arrivò il figlio Amedeo che ampliò l’azienda e la trasferì ad Atessa, sempre in Val di Sangro. La tradizione di famiglia continua proprio con me, punto terminale di 5 generazioni. Ne è passata di acqua sotto i ponti, ma io cerco di assicurare al consumatore la stessa qualità delle origini, abbinando tecnologia moderna e tradizionali procedimenti di produzione.
 
Per quali motivi ha iniziato?
Diciamo che è nata nel mio sangue, sono cresciuto nella azienda apistica di famiglia, che si è formata nel 1896. La storia della nostra apicoltura prende le mosse dalla passione di Giuseppeantonio Iacovanelli, umile mugnaio di un piccolo paese abruzzese, Tornareccio. Vedendo crescere numericamente la sua famiglia, alla nascita del quinto figlio pensò di intraprendere una nuova attività. Così, cadeva il 10 maggio del 1896, si recò a Villa Santa Maria, paesino sui monti della Val di Sangro, e comprò due “cupi”, rozze casse di legno a forma di parallelepipedo, da un collega. Si origina da quei cupi la passione di famiglia per l’apicoltura: da Giuseppeantonio al figlio Emilio che trasformò i cupi in arnie; poi arrivò il figlio Amedeo che ampliò l’azienda e la trasferì ad Atessa, sempre in Val di Sangro. La tradizione di famiglia continua proprio con me, punto terminale di 5 generazioni. Ne è passata di acqua sotto i ponti, ma io cerco di assicurare al consumatore la stessa qualità delle origini, abbinando tecnologia moderna e tradizionali procedimenti di produzione.
 
Cosa significa avere una passione per l’ape?
La passione o ce l’hai o non ti viene, non si può acquistare. In apicoltura ci sono due tipi di passione, c’è a chi gli arriva quando trova il tornaconto e c’è chi l’ha dentro. Il risultato, moralmente, è di certo diverso. Chi ha la passione dentro il mestiere lo porta avanti con spirito di sacrificio, con dedizione, guardando all’ape e non soltanto al guadagno fine a se stesso.
 
Quindi potremmo affermare senza ombra di dubbio che l’apicoltura è antitetica a un sistema produttivo basato sull’intensivo?
Chi ha la vera passione va tutti i giorni dalle api, mentre chi lo fa soltanto per tornaconto va a visitare le api solo quando deve. Dunque in Italia abbiamo due tipi di apicoltore: c’è il produttore e il ladro di miele. Il produttore ama le api, è dominato dalla passione non prende in considerazione se ci rimette e se ha investito male o bene. Il ladro di miele, di contro, conduce le api soltanto per prendere il miele e quando non lo trova va su tutte le furie.
 
Quali sono le difficoltà che si incontrano nella sua zona?
La principale è che non si produce miele. Non a caso sono presenti, in prevalenza, sul territorio aziende apistiche che praticano prevalentemente il nomadismo. In Abruzzo, purtroppo, siamo passati dall’agricoltura pastorale di una volta a quella industriale che ha portato all’abbandono delle zone più agricole, con l’inevitabile scomparsa dei contadini. In pratica le grandi fabbriche hanno rimpiazzato un mestiere antico quanto il mondo, quello di agricoltore, appunto. Per quanto riguarda le zone montane si può parlare semplicemente di abbandono. Tutto ciò non ha determinato solo un diverso modello di sviluppo ma ha portato anche un grande disagio per l’apicoltura: oramai da noi si riesce a fare soltanto un po’ di girasole.
 
Che problemi pone la commercializzazione?
Tanti problemi non ci sono, visto che stiamo parlando di una zona in cui gli apicoltori conoscono bene il loro mestiere, ed ormai si sono tutti organizzati, chi con le associazioni nazionali, chi con le cooperative. Rilevanti problemi di vendita non si presentano.
 
Alla luce di quanto affermato è inevitabile la pratica del nomadismo?
Sicuro. Noi pratichiamo solo ed esclusivamente il nomadismo. Non abbiamo altre possibilità per stare sul mercato.
 
Per quali motivi ha iniziato?
No, non sono giustificate. In primis, l’apicoltore nomadista non porta a spasso le api tanto per fare qualcosa. Portiamo le api sulle fioriture perché devono produrre. Ma attenzione non in nome del dio danaro ma all’insegna della qualità. Per noi il nomadismo è rispetto dell’ambiente e dell’amico apicoltore. Quindi le nostre api devono essere sane, anzi sanissime, efficienti e al massimo della forza. Caricare sul camion una cassetta malata o debole causa solo guai e spese, e così è inutile portarla in giro.
 
Che cosa rispondete a chi vi rimprovera di essere degli untori?
Io direi che noi siamo penalizzati dagli apicoltori locali, ladri di miele, perché loro verificano l’andamento delle loro api una volta l’anno, mentre noi le teniamo sempre sotto controllo. Noi nomadisti siamo penalizzati da loro, e non viceversa.
 
Un Apicoltore deve essere anche un esperto botanico?
E’ prioritario, ma non essenziale. E’ prioritario perché l’apicoltore deve calendarizzare tutte le fioriture e deve stabilire i periodi per organizzare gli spostamenti. L’aggiornamento in materia di fioriture deve essere sempre agli apicoltori. Ve ne chiederete la ragione. Semplice, visto che in agricoltura ci sono dei cicli, e dobbiamo pensare che alcuni finiscono proprio mentre altri iniziano. Ad esempio, ora c’è la crisi del girasole ed io penso che fra poco rinizierà la coltivazione del cotone nelle diverse zone del Molise che, una volta, erano assai vocate alla sua coltivazione. La fioritura del cotone dà un ottimo miele tanto è vero che in Israele quando devono donare un miele nazionale presentano il miele di cotone.
 
Per quali motivi ha iniziato?
L’apicoltore non è rappresentato dalle associazioni, perché partecipando alla vita associativa si nota bene che i problemi si riducono soltanto a chiacchiere. A questo punto l’apicoltore lascia perdere, c’è da mandare avanti l’azienda e le api e non si può sprecare il tempo in chiacchiere. Ecco perché l’associazionismo non va.
 
Che tipo di apicoltura pratica?
Solo convenzionale.
 
Che differenza c’è tra biologico e convenzionale?
L’apicoltura, al di là di come si voglia chiamarla, produce prioritariamente un prodotto chiamato miele e questo prodotto, biologico o convenzionale che sia, secondo la legge non può presentare differenze. Risultato? Il miele biologico e quello convenzionale sono la stessa cosa. L’apicoltore, sia se è convenzionale sia se è biologico, deve portare sulla tavola dei consumatori un alimento che non contiene antibiotici, pesticidi, sostanze inquinanti. In definitiva, non ci sono differenze e il miele è biologico per sua natura.
 
Cosa direbbe agli Apicoltori che usano antibiotici?
Se lo fanno, di smetterla. L’antibiotico indebolisce l’ape e si imbocca una strada che non porta da nessuna parte.
 
Come fare fronte alla peste americana e a quella europea?
Per ora l’unico sistema è di bruciare. Purtroppo con gli antibiotici si entra in un tunnel senza via di uscita, è sicuramente meglio bruciare. Ovviamente per far fronte alle pesti deve esserci sempre un controllo quotidiano delle famiglie. Sono essenziali le buone pratiche apistiche da seguire attentamente, sempre. Non si può permettere che delle famiglie diventino orfane, sta qui il motivo di maggior diffusione di tutte le malattie che colpiscono gli alveari.
 
Utilizza particolari tecniche per migliorare il lavoro in apiario?
La nostra particolarità è quella di preparare le famiglie per la primavera, ciò vuol dire tenerle, sanitariamente, in efficienza, in modo che si trovino al massimo della loro forma durante il periodo del raccolto.
 
Cosa non funziona nel mondo apistico?
Non ha mai funzionato, l’associazionismo e il crescere esasperato dell’individualismo. E’ presente troppa gelosia fra gli apicoltori, non si capisce bene cosa si debba proteggere e contro chi. Non voglio fare il pessimista per partito preso, anche perché devo dire che, ultimamente, grazie all’entrata di forze giovani sta cambiando questo atteggiamento.
 
Cosa funziona nel mondo apistico?
Devo dire che in apicoltura c’è anche una piccola parte di produttori che coopera e quando lo fa i risultati si vedono. La cooperazione, infatti, ha portato, negli anni, al confronto e al miglioramento dell’intero settore. Ad esempio, la cooperazione in Italia ha portato a due modi diversi di fare nomadismo. Nel Nord Italia si è sviluppata di più la tecnica della gru per caricare e scaricare le arnie dal camion; mentre nel Sud è più sviluppato il sistema con il muletto. Queste diverse scelte, ovviamente, sono prevalentemente in relazione alla zona in cui si opera.
 
Cosa pensa del miele nei parchi?
Il miele biologico e il miele nei parchi sono delle maschere, sono dei treni che si muovono e tutti ci si buttano sopra. In realtà ai fini della apicoltura contano ben poco, magari fai quel pochino di vendita in più a livello locale ma non risolvono i problemi dell’apicoltura, dell’apicoltore e della qualità
 
Cosa rappresentano le Api per lei?
La vita e l’insegnamento che mi danno, dovrebbe essere accolto da tutti, è quello di vivere in famiglia con umiltà ed ognuno svolgendo il suo compito.
 
Ha ragione di essere la distinzione tra Hobbismo e Professionismo?
Una ragione d’essere non c’è, sono compatibili tutte e due le pratiche. Mi permetto di dare un consiglio, i due mondi non devono essere in competizione ma dovrebbero cooperare, per vivere meglio tutti.
 
Ci racconti un episodio particolare legato alla sua attività.
Non mi torna in mente un evento particolare, ma dall’apicoltura ho imparato che ogni dieci anni si verifica un ciclo. Un esempio? Nel 1982/83, non riuscivamo a vendere il miele, avevamo il magazzino pieno con 250 quintali di miele. Il consumo del miele era ridotto sempre alla vendita, a novembre-dicembre, per i dolci. Finito il periodo favorevole non si riusciva più a vendere. Sempre in quel periodo mi capitò di leggere sulla Gazzetta apistica francese un annuncio in cui ci si diceva disposti ad acquistare miele. Li contattai e mi dissero di inviargli un campione di miele. La risposta non tardò: il mio miele era dichiarato ottimo. Come andò a finire? Come in tutte le fiabe che si rispettano ci fu il lieto fine: nel giro di un mese combinai l’affare, i francesi mandarono un camion e lo caricammo con tutto di miele. Alla fine mancavano 80 chili di miele ai 250 quintali che avevamo stabilito. A quel punto fummo costretti a comprare delle lattine da dieci chili di miele per riempire completamente il camion. Quando il mezzo partì rientrai in magazzino e lo vidi vuoto fu una enorme soddisfazione, erano ormai anni che lo vedevo sempre pieno. Non c’è che dire fu un bel momento.
 
Aspettative future della sua attività?
A vederla adesso, sembra che non ci siano vie di uscita. La situazione sanitaria è tragica, quella economica è ai minimi storici e il miele non si vende però non dispero, confido molto nei cicli e se siamo arrivati in basso penso che poi ritorneremo in alto.
 
Ha qualcosa di importante da aggiungere?
Penso che in apicoltura dobbiamo stare attenti al problema sanitario, occorre tornare alle origini. L’ape è sulla Terra da milioni di anni e ha dovuto combattere con mille avversità, ma nonostante tutto è andata sempre avanti. I suoi problemi sono nati quando è stato inventato il favo mobile che ha significato l’accumulo di particelle di virus, di malattie che stanno portando alla morte dell’ape. Perché l’ape naturale è andata avanti superando tutte le avversità? Perché ogni anno iniziava da zero, l’apicidio che faceva l’apicoltore permetteva alle api di iniziare sempre daccapo. Attuando questo metodo le api, sanitariamente, erano curate. Quindi, chiedo che si avvii una ricerca seria che studi e migliori questa idea. Credo che si potrebbe conseguire un grande successo.
 
Un messaggio di sviluppo all’apicoltura?
In natura la catena animale non verrà spezzata, e resisterà nonostante l’uomo. Speriamo, però che ci sia qualche Leonardo dell’apicoltura a darci una mano.
 
 
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