di Redazione Apitalia | 28 Settembre 2008 | 12:07
Moltissimi sono gli usi in cucina, coinè ingrediente nella preparazione di dolci: numerosissimi sono ad esempio i dolci tradizionali regionali che prevedono l’impiego del miele.
Ugualmente diverse ricette utilizzano il miele come ingrediente di salse e nella preparazione di carni e, in generale, di cibi salati: i testi specializzati reperibili in commercio che riportano ricette di cucina in cui è previsto l’uso del miele sono numerosi.
Non si deve infine dimenticare che oltre al settore alimentare, il miele ha trovato da sempre largo impiego anche in altri campi quali la cosmesi e lo sport.
Molti usi del miele sono legali alle proprietà terapeutiche. In effetti, le virtù terapeutiche attribuite al miele nel corso del tempo, tramandale dalla medicina popolare, riportate da testi e riviste più o meno specializzati, riprese secondo i corsi e i ricorsi della moda, sono numerosissime.
Il miele agirebbe favorevolmente su vari disturbi dell’apparalo respiratorio, circolatorio e digestivo, sul fegato, sulla dentizione dei bambini favorendo la fissazione del calcio.
L’elenco potrebbe continuare, ma in realtà, anche se alcune di queste azioni sono state occasionalmente verificate, manca una sperimentazione clinica in grado di supportare ogni affermazione. Tale carenza è causata soprattutto dal fatto che ci si trova di fronte a un prodotto mai uniforme, mai identico, mai stabile. D’altra parte non risulta una ricerca approfondita sulla composizione del miele utilizzato nelle sperimentazioni effettuate.
Allo stesso modo non trova riscontro scientifico la frequente tendenza ad attribuire ai mieli uniflorali le attività farmacologiche proprie delle piante da cui derivano.
E’ stata invece verificata un’attività antibatterica, sia nel miele tal quale (dovuta alla concentrazione zuccherina e al suo pH acido) che in soluzioni diluite. Quest’ultima attività, attribuita per lungo tempo a una sostanza di natura sconosciuta definita col nome generico di “inibina”, sarebbe dovuti) l’azione dell’enzima glucoso ossidasi che, in particolari condizioni di diluizione, produce acqua ossigenata e acido gluconico a partire dal glucosio. Sarebbe l’accumulo di acqua ossigenata (che viene successivamente distrutta) a conferire attività antibiotica alle soluzioni di miele.
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L’ape italiana, l’Apis mellifera ligustica, non solo a causa della moria ha avuto le sue popolazioni quasi dimezzate, con danni stimati in 250 milioni di euro, ma potrebbe anche avere problemi futuri per la sua specie dal “mix” con api “straniere”. L’importazione di api regine “extracomunitarie” infatti è tra le cause dello spopolamento dei preziosi animali impollinatori ma ancora non si conosce il possibile impatto futuro a livello genetico sulle api italiane. È quanto afferma Franco Mutinelli, responsabile del Centro di referenza nazionale per l’apicoltura presso l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (IzsVe), autore di una ricerca ad hoc. ”Certamente l’importazione dai paesi extracomunitari delle api regine è uno dei fattori che ha influenzato il recente spopolamento - spiega Mutinelli - e non possiamo al momento prevedere gli effetti dell’ibridazione tra queste specie e le api mellifere nostranè”. Secondo l’esperto “è comunque un problema in prospettiva, perché l’importazione di animali in genere espone alla possibilità di malattie. 
In relazione, alle notizie in merito a un possibile legame tra moria di api e agrofarmaci in Maremma, Agrofarma – Associazione nazionale imprese agrofarmaci, che fa parte di Federchimica – desidera precisare quanto segue. 





