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Il biologico può sfamare l’Africa

Apitalia - Redazione | 6 Novembre 2008 | 10:23
 
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Ora lo dice anche l’Onu. Una ricerca prodotta dalla Programma Ambiente dell’Onu (Unep) dimostra come sia proprio l’agricoltura biologica ad offrire le migliori opportunità per rompere quella catena di povertà e malnutrizioni che inchioda da decenni le popolazioni africane. I nuovi risultati confermano, ancora una volta, come le tecniche biologiche siano in grado di offrire risultati concreti come aumento del rendimento, miglioramento della qualità del terreno oltre a garantire un impulso nel reddito delle piccole realtà agricole africane, tra le popolazioni più povere del mondo. “Il contributo dell’agricoltura biologica per risolvere i problemi della fame nel mondo potrebbe essere superiore a quanto finora supposto” ha affermato Achim Steiner, responsabile del programma Ambiente dell’Onu (United Nations Environment Programme UNEP). “L’agricoltura biologica è uno di quei temi che spesso polarizza le opinioni - ha spiegato Steiner -per alcuni rappresenta una forma di salvezza, per altri un prodotto di nicchia se non addirittura di lusso. Questa nuova ricerca suggerisce invece che potrebbe rappresentare un contributo concreto per affrontare il problema della povertà e della fame nel mondo”. L’approccio sostenibile che ha caratterizzato l’agricoltura occidentale a partire dagli anni 60 - quando per la prima volta la produzione alimentare ha superato la domanda - non ha avuto riscontri in Africa dove le popolazioni possono oggi contare su una disponibilità di cibo che è inferiore del 10% rispetto quegli anni. Una situazione determinata da una combinazione di diversi fattori, si va dall’incremento demografico alla siccità̀, dalla riduzione della fertilità dei terreni a un aumento del costo del cibo. In mezzo a questo, l’Unep prevede, inoltre, che l’effetto dei mutamenti climatici - aumento di alluvioni e carestie - finirà solo per peggiorare la situazione. Fino ad oggi, è sempre stato forte il convincimento che solo l’utilizzo di moderne tecniche agricole avrebbe ricucito il divario con le altre aree del pianeta, ma nonostante tutti gli sforzi in questa direzione non sono stati prodotti risultati soddisfacenti, se non quello di aver bloccato ogni possibilità di sviluppo agricolo alternativo e sostenibile. Con la crisi alimentare globale, che in questo periodo si è acuita, è diventato elemento prioritario la ricerca di un massiccia modernizzazione dell’agricoltura, soprattutto in quelle zone dove la situazione si sta manifestando drammaticamente. Lo studio realizzato dal programma ambiente dell’Onu riconosce che un modello agricolo biologico, sviluppato su piccola scala è in grado di fornire quello stesso incremento dei rendimenti che si riteneva potesse portare solo l’agricoltura industriale, ma con il vantaggio di risparmiare i danni ambientali e sociali che un’applicazione tecnica in chiave moderna porta con sè. L’analisi di 114 progetti sviluppati in 24 Paesi africani evidenzia come la produttività sia più che raddoppiata con l’agricoltura biologica e l’aumento sale al 128% nelle zone orientali. La ricerca dimostra come le pratiche biologiche ottengano risultati superiori ai metodi agricoli convenzionali. Insomma, piuttosto che utilizzare prodotti di sintesi. Conferma, inoltre, come siano forti i benefici ambientali come l’aumento della fertilità del suolo, la ritenzione idrica e la resistenza alla siccità. E non mancano i vantaggi per il sociale, come il ruolo positivo che l’apprendimento dei metodi biologici potrebbe avere sullo sviluppo educativo locale. Inoltre, il vantaggio di non dover comprare costosi semi ogm, è un altro argomento a favore delle pratiche sostenibili. Secondo il punto di vista degli esperti locali, la soluzione potrebbe trovarsi invece nella “good farming”, la buona coltivazione, ovvero un giusto equilibrio tra diversi approcci e non con una scelta esclusiva tra ogm e biologico. Semi di qualità superiore, rotazione nelle coltivazioni, sistemi di irrigazione adeguati e accesso ai mercati sono tutti elementi che gioverebbero ai contadini africani. Anche perché – sottolinea sempre lo studio - la certificazione di paesi europei o dell’Australia rappresenterebbe una barriera insormontabile per gli esportatori africani. Ed è proprio l’accesso ai mercati uno dei punti fondamentali su cui batte l’Onu.  

Fonte: Independent
 

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