Le malattie batteriche: un problema da risolvere presto!
Apitalia - Redazione | 6 Maggio 2008 | 14:50
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Blera, in provincia di Viterbo, è un paese della Tuscia già noto alle cronache apistiche nazionali per essere stato, con Acquapendente, il luogo dove si svolsero nel 1983/84 le prime prove sul campo nella lotta per il controllo della varroa.
Lo scorso 30 Aprile diversi apicoltori provenienti da tutta la Regione Lazio si sono confrontati con le istituzioni (Asl e Regione) sulla diffusione della nosemiasi e delle peste europea ed americana, da quest’anno particolarmente presenti e virulente negli apiari. Un problema sanitario da risolvere senza presidi sanitari autorizzati.
Infatti, non avendo la possibilità di usare, dove e quando serve ovviamente sotto controllo veterinario, prodotti come gli antibiotici al pari degli altri comparti della zootecnia, agli apicoltori non rimane che la distruzione delle famiglie malate o l’uso di tecniche di risanamento non sempre efficaci, dispendiose e soprattutto di fatto inaccessibili a chi conduce un numero di alveari a livello professionale o semiprofessionale.
Si è evidenziata l’esigenza di creare, anche qui come nell’intero comparto zootecnico, una linea di allevamento a sistema biologico ed una a sistema convenzionale e si è messo l’accento su come ci sia ostracismo ed intolleranza da parte di quelli che prediligono la prima rispetto a quelli della seconda.
A difesa del sistema d’allevamento convenzionale, quasi sempre professionale o semiprofessionale, si è concordato di richiedere che le istituzioni si facciano carico delle problematiche tecniche e logistiche di chi lavora a tempo pieno su migliaia di alveari o a tempo parziale su centinaia, tenendo debito conto, nell’interloquire con la categoria, di una realtà che stima l’80% degli alveari condotti dal 20% degli apicoltori (almeno questi sicuramente conosciuti dal Fisco o dalle Asl). Infine, si è tristemente constatato che, perdurando questa situazione di assenza di presidi sanitari adeguati, aggravata da un mercato "cinese" quando si vende e "svedese" quando si compra, senza ricambio generazionale, le medie-grandi Aziende Apistiche andranno lentamente alla deriva.
Un po’ di speranza, forse, sta nel fatto che gli agricoltori, terzi interessati, hanno incominciato a fare quattro conti su quanto costi, in termini di mancata produzione, una sempre minor presenza di insetti impollinatori sulle colture.
Sarebbe benvenuta una loro chiara presa di posizione.
Chissà se fra qualche tempo, volendo le Istituzioni che tutti gli operatori di fatto applichino un disciplinare di allevamento biologico su queste problematiche sanitarie, ci saranno più Apicoltori che Alveari?
La crisi del settore è ormai ad un punto di non ritorno… presto sarà troppo tardi rimediare e si sarà così persa una professionalità apistica che dura da decenni.
E’ triste constatare poi che i vecchi apicoltori sconsigliano ai propri figli o colleghi giovani di intraprendere l’apicoltura, perché oggi è amara più che mai.
Dalla riunione è emerso, poi, che siamo di fronte ad una situazione paradossale. Prendiamola in esame: non si vuole nemmeno sentir parlare di limiti massimi residuali per uno specifico presidio sanitario nel miele, mentre in altri alimenti di largo consumo proprio gli stessi sono ammessi e quindi immaginiamo, a quel livello infinitesimale, innocuo per la salute dei consumatori.
Il massimo si raggiunge quando sempre lo stesso presidio sanitario e quindi lo stesso limite massimo residuale da noi chiesto per il miele è presente lecitamente in alimenti lavorati in combinazione con lo stesso e quindi rintracciabile, nel pieno rispetto della legalità, nel prodotto finito.
Siamo d’accordo con chi sostiene che l’obiettivo è lavorare sempre meglio, non vogliamo abusare di presidi sanitari, ma neanche farci prendere in giro.
TOLOMEI FRANCESCO MARIA
MANFREDINI LEONARDO








