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A proposito di miele

Apitalia - Redazione | 31 Marzo 2008 | 16:51
 
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Caro Direttore Editoriale,

è il 27 marzo quando mi accingo a sfogliare il nuovo numero di Apitalia che ha in copertina il bel faccione di Columbro e la scritta “Buona colazione con il miele”; nella stanza accanto il telegiornale di Rai3 titola in apertura sul crollo delle vendite della mozzarella di bufala campana, in quanto si sospetta un inquinamento da diossina. Scatto sulla sedia, porca miseria! Il mio cibo preferito: solo il giorno prima, sedotto dalla mega offerta del supermercato sotto casa ne avevo fatto incetta. Questi infingardi della grande distribuzione (scusino l’iperbole), le notizie le hanno prima del simpatico Di Bella e mi hanno fregato di nuovo! Cretino, mi dico, se il supermercato fa un’offerta, non è mica la Caritas: un motivo c’è sempre. Faccio capolino dalla porta e il tubo catodico mi mostra il Ministro dell’agricoltura (io lo chiamo ancora così, mi si perdonerà) che, finita la conferenza stampa indetta per tranquillizzare l’opinione pubblica, invita tutti i presenti ad un festante banchetto con mozzarella di bufala dop. E’ inevitabile che mi chieda: sarà del casertano o del salernitano? E ancora, avranno fatto prima una bella analisi? Mi sa proprio di si! Per il resto il notiziario non ci propina nessuna novità, tutto nella regola: esattamente come quando avevamo deciso di non mangiare più i polli per la paura dell’aviaria (te lo ricordi il giornalista che mangia in diretta una coscia di pollo?); o le bistecche alla fiorentina per paura della mucca pazza; o ancora, a ritroso, le cozze crude di Taranto perché c’erano stati dei morti per il colera. Insomma, la funzione dei media non cambia, addormentare il telespettatore che, come è capitato a me alla notizia allarmante per la salute, aveva avuto un sobbalzo sulla sedia. Il copione è ben studiato, la si butta in cagnara, a cominciare dall’accusa, mai accompagnata da prove, di una montatura giornalistica per distruggere il business della mozzarella campana. Si finisce con la giustificazione per il ritrovamento del residuo, che poi non fa così male, come obolo che tutti noi dobbiamo versare al progresso che, però, promette di farci campare oltre cent’anni (il problema è: ma come?). Eppure, un paio di settimane prima, dalla stessa infernale scatola mediatica avevo avuto informazioni diverse; la stessa Rai 3 in una puntata di “Report” della Gabanelli, ma anche “Anno Zero” di Santoro, a dire il vero, aveva provato a distribuire le responsabilità: la camorra, i politici sia a Roma che a Napoli, gli imprenditori del Nord, nomi e cognomi mica bubbole ed avevano persino mostrato centinaia di pecore nate malformi o morte a causa dei pascoli inquinati da diossina. Perché nulla di tutto questo è stato riportato dal telegiornale in questione? Ora un leggero effluvio sembrava effondere dal video: dormi Marco, dormi, che vuoi sapere, la colpa è della finanza internazionale che questa volta ha preso di mira la mozzarella campana, domani qualcos’altro!
Ma il libro Gomorra di Saviano dice che… Dormi, dormi mica vuoi metter in mezzo alla strada i produttori di latte e di mozzarelle di bufala, no?

Allora, ancora un po’ stordito torno al mio nuovo numero di Apitalia. Lei, sicuramente non mi deluderà. Infatti, mi attrae subito lo strillo di copertina che richiama un articolo all’interno: “difendere l’apicoltura da reddito”. Giacché è con l’apicoltura che ricavo reddito, mi incuriosisce leggere di qualsiasi nuova ricetta che può aiutarmi nella difficile vita di produttore. E allora vado di corsa a pagina 9 dove trovo l’intervista alla famiglia Manfredini: senz’altro loro sapranno darci qualche buona dritta da seguire.

Leggo: La vera emergenza sono le patologie… giusto! Veramente ho amici che hanno anche qualche problemino nel vendere il miele ma, insomma, se, come promette, l’articolo mi risolvesse anche solo quello sanitario, ben venga la fatica di andare avanti!

In apicoltura siamo abituati a far finta di niente e mettiamo la testa sotto terra… Usiamo da 15 anni gli stessi prodotti e questi non funzionano… Veramente la testa sotto terra non l’ho mai messa (e forse è proprio per questo che non risulto simpatico al settore) ma effettivamente comincio ad avere qualche difficoltà con i soliti prodotti che adopero. Però, finalmente, sono certo che nelle righe seguenti troverò le risposte che cerco.

A dire il vero, il passaggio successivo mi piace un po’ meno: l’apicoltura biologica è spesso di facciata e anche lì spesso si ricorre agli stessi prodotti usati dagli apicoltori convenzionali… A quali ci si riferisce? A quelli registrati o alle polverine magiche? Vado di corsa avanti nel testo perché, siccome ci conosciamo da anni, caro Direttore, so che una frase così tu non la puoi far passare sotto silenzio. Mi sbagliavo, i tempi sono cambiati, evidentemente, anche tu hai finalmente messo la testa a posto. Allora torno indietro e continuo a leggere: l’apicoltura biologica deve dare reddito altrimenti non ha senso di esistere e, a seguire, ben tre punti esclamativi (non ne bastava uno?). A parte chi l’ha detto che un apicoltore non possa allevare i propri alveari (bio o no) anche per divertimento? L’apicoltura, o la si fa prioritariamente per lucro oppure non è? Capisco che in questo momento storico l’unico Dio ancora vivo e vegeto è il profitto, ma insomma aggredire in questa maniera gli ingenui che vogliono illudersi che sia possibile un modo diverso di stare al mondo mi pare veramente eccessivo. Inviterei, poi, Leonardo Manfredini a visitare i miei alveari trattati con timolo e acido ossalico e che hanno subito, quest’inverno, una mortalità attorno al 10% ma che oggi, all’uscita dall’inverno, hanno, per più della metà, 6/7 telai di covata, mentre gli altri non ne hanno meno di 4. Venga a prendere un campione di cera dal nido e potrà farlo analizzare a chi gli pare e se trova più di 0,1 mg/kg di qualsiasi schifezza (0,1 mg/kg che deriva, purtroppo, da cattiva lavorazione di qualche ceraiolo di cui mi ero fidato e che per fortuna non opera più) mi cospargo il capo di cenere.
Insomma, la speranza di qualche vera novità ha lo spazio di qualche decina di righe, il resto non mostra null’altro che una posizione di retroguardia come non ne leggevo più da tempo immemore, non molto distanti, purtroppo, da quelle che hanno portato la mozzarella di bufala campana sull’orlo del baratro.

E’ doveroso chiedersi, poi, quali strumenti abbiamo noi produttori, se non quelli offerti dalle nostre conoscenze, in primo luogo quella sul concetto di qualità e, di conseguenza, sull’assenza di ogni tipo di residuo? Sì, le pagine della rivista sono bianche e pronte ad essere scritte da noi apicoltori. Va bene, ma non pensiamo, per favore, che questo sia un esercizio di libertà di stampa e basta.

Continuo a scorrere l’intervista e leggo che non ci sarebbero parametri che determinano la qualità di un miele. E dire che dopo quasi trent’anni di esperienza come apicoltore, esperto in analisi sensoriale e consulente, credevo di potermi affidare, nel determinare la qualità del miele, ai valori di umidità, Hmf, acidità, contenuto in enzimi, contenuto in zuccheri, ecc, che caratterizzano ogni suo tipo; l’assenza di residui di sostanze indesiderate, soprattutto per un prodotto qual è il miele, mi sembrava fosse un parametro irrinunciabile. Non posso pensare che per difendere l’apicoltura da reddito la ricetta sia quella di mettere un limite alla presenza di residui di antibiotici e forse anche di pesticidi al miele. E’ il metodo di produzione che fa la qualità e non certo una legge che porta da zero a zero virgola qualcosa, la quantità di residuo di antibiotico che può essere presente nel miele. Se per un attimo ci potessimo svestire dei panni dell’apicoltore e indossare quelli di un qualsiasi consumatore, saremmo certi di voler consigliare ai produttori di mozzarelle di bufala, per salvarsi dal crollo delle vendite, di chiedere al legislatore di innalzare i valori di diossina che possono essere presenti nel latte o nei prodotti derivati? Una idea, del resto, non nuova che utilizzarono in passato coloro che hanno reso potabile un’acqua imbevibile per l’alta concentrazione di atrazina.

E veniamo ad un altro passaggio dell’intervista che non condivido, quando Leonardo Manfredini si lamenta della promulgazione di leggi assurde, dai paletti così restrittivi che renderebbero impossibile fare apicoltura. Voglio ricordare che nessun residuo era permesso prima e nessun residuo è permesso oggi, quello che è successo è una maggiore sensibilità delle macchine che leggono i residui, sensibilità che spesso ha superato di mille volte i limiti passati. Il problema, purtroppo, è che in Italia siamo usi infischiarcene della legalità; c’è una buona schiera di apicoltori che ha utilizzato gli antibiotici perché ha voluto allevare molti più alveari di quelli che era umanamente possibile, facendo, tra l’altro, concorrenza sleale verso coloro che hanno lavorato nel pieno rispetto delle regole. Oggi questi chiedono che si possa commercializzare un miele che ha dei residui. Una domanda. Non pensate che così si arriverà a distruggere l’immagine del miele? Il non rispetto della legalità ci fa sembrare dei furbi; seguire le scorciatoie e l’arte di arrangiarsi sembrano essere i punti di forza degli italiani. In realtà tali posizioni ci stanno inesorabilmente portando agli ultimi posti di tutte le classifiche dei paesi europei sui parametri che stabiliscono il benessere di una nazione (e non mi riferisco alla crescita del Pil, me ne guarderei bene).

Naturalmente capisco tutto e sono assolutamente contrario a sanzioni che possano mettere in serio pericolo la vita degli apicoltori che traggono il reddito per far vivere le proprie famiglie dall’allevamento delle api, però, non accetto che in virtù del proprio comportamento scorretto si mettano tutti sullo stesso piano, addirittura gli apicoltori che allevano i propri alveari seguendo il metodo di agricoltura biologica. Seppure sono certo che vi siano apicoltori bio altrettanto scorretti dei convenzionali, voglio ricordare che essi sono controllati da organismi di controllo autorizzati dal Ministrero dell’agricoltura; in più, i soliti enti di vigilanza preposti (Nas e quant’altro) nel caso di produttori certificati devono evidenziare possibili infrazioni al rispetto della legge sul miele ma anche a quella sul biologico.

Ritengo, inoltre, sbagliato cercare di scaricare le proprie responsabilità sugli apicoltori hobbisti. Se è vera la frase che ci sono apicoltori hobbisti bravi e anche meno bravi, è altrettanto vero che ci sono apicoltori professionisti bravi e meno bravi. E non ritengo che gli apicoltori che utilizzano molecole non autorizzate per combattere varroa e peste americana siano particolarmente bravi. Purtroppo è la nostra società che fa dell’incremento della crescita del Pil, sempre e a tutti i costi, il suo unico baluardo e che in tema di bravura dell’apicoltore mette sul podio quelli che hanno un numero elevatissimo di alveari, che possiedono il camion da x tonnellate di portata e gru che alzano vai a capire quanti alveari per volta, mentre considera apicoltori mezzi sfigati coloro che hanno deciso, in virtù della pratica della filiera corta, di allevare un numero basso di capi, li spostano, se necessario, ancora a mano e maneggiano i favi del miele come dei figli. Essi desiderano seguire il proprio prodotto fin nelle mani del consumatore finale e ricavano il reddito dal loro lavoro, non solo in apiario, ma anche sui banchini del mercato o dalle vendite in laboratorio, privilegiando il rapporto umano e, guarda caso, inquinano anche molto ma molto meno. Ma finché la domanda che si scambieranno due apicoltori al primo incontro sarà: “quanti alveari hai?” Godendo, poi, orgiasticamente ascoltando come risposta cifre a tre zeri, allora non avremo capito nulla di che cosa sta portando il nostro mondo verso la catastrofe ambientale.

Bollo, inoltre, come fasulla l’idea veicolata nell’articolo dagli intervistati circa la riduzione di raccolto negli ultimi due o tre anni a causa della peste americana; forse, per qualche azienda può anche essere vero, ma non generalizziamo, per favore. Inesatto anche che i finanziamenti in apicoltura siano sempre andati ad apicoltori che alla prima difficoltà hanno abbandonato gli alveari creando focolai di infestazione. I finanziamenti seguono delle graduatorie, dove grande importanza hanno la qualifica di imprenditore agricolo a titolo principale e il numero degli alveari; può succedere che qualche piccolo apicoltore prenda finanziamenti e poi abbandoni tutto, ma è una limitata percentuale.

I focolai di peste li crea chi, utilizzando costantemente gli antibiotici, continua ad immettere nell’ambiente geni di regine e fuchi che non portano con sé il carattere della resistenza al batterio. Quando si uccidono gli alveari malati, non si elimina solo il focolaio, sarebbe nulla, si tolgono riproduttori fasulli dall’ambiente, questo fa la differenza come il caso svizzero ci insegna!

Con sincera amicizia
Marco Valentini

P.S.: Dopo essermi sentito con alcuni amici apicoltori che mi hanno accusato di avere una preferenza verso la pappa reale di origine cinese, e questo a causa del mio conflitto di interesse perché consulente di alcune ditte che utilizzano questo prodotto, mi sono riletto il pezzo della mia intervista su Apitalia che può effettivamente creare un qualche fraintendimento.

A parziale giustificazione della mia posizione che può essere letta su Apitalia di gennaio, ci tengo a dire che la piega del colloquio, anche nelle parti non pubblicate, era: “cosa possiamo consigliare ai giovani che magari hanno una mezza idea di fare gli apicoltori?”. Molto sinteticamente, la mia posizione era, ed è, di guardare a prodotti che hanno un divario tra prezzo all’importazione e prezzo alla produzione, in Italia molto simili. Ad esempio la propoli, perché questi due prezzi sono pressoché analoghi; il polline, perché la differenza è meno della metà e al miele, ma anche per altri motivi. Nella pappa reale, invece, il divario tra questi due prezzi è il più alto in assoluto per cui, se non si ha buona conoscenza del mercato, oltre che di tecnica (vista la difficoltà intrinseca al tipo di allevamento), si rischia il fallimento. Ben vengano, però (e qui forse non mi ero spiegato bene), in Italia gli apicoltori che producono pappa reale e se riescono a venderla anche a 700 Euro al chilo, tanto di cappello. Più sono e più sono contento; spero che continuino così e che il mercato si estenda il più possibile. Non deve essere sottaciuto, però, che il mercato, in questo momento è fortemente di nicchia e, in questa situazione, è estremamente facile che, allettati dal prezzo alto, entrino in gioco molti produttori che lo possono saturare velocemente, costringendo molti a vendere parte della propria produzione ad un prezzo incredibilmente basso, che non ripaga neppure le spese.

La qualità, però, non si fa a chiacchiere; prima di andare in Cina a vedere come lavorano gli apicoltori cinesi (tra l’altro dovremmo essergli debitori di molti accorgimenti che oggi utilizziamo nei nostri allevamenti), mi ero letto tutti i vari reportage pubblicati dalle riviste apistiche (almeno quelle italiane) e mi ero fatto un’idea un po’ diversa, che è poi quella che anche tu scrivi nel tuo editoriale. La forza della nostra apicoltura, non dovremmo mai scordarlo, sta nel fatto che in Occidente abbiamo una concezione della qualità molto più restrittiva di quella cinese, che è un paese, possiamo dire, in via di sviluppo. Attenzione, però, che non è poi così lontana da quella descritta nell’intervista ai Manfredini. Se può interessare qualcuno, la prima cosa che ho fatto quando sono andato a visitare gli apicoltori cinesi per controllare quello che adoperano contro la varroa, da vero scettico, è stata di prelevare la cera del nido dagli alveari. I valori che sono emersi dalle analisi, che ho fatto eseguire una volta tornato in Italia, sono stati di dieci volte inferiori, nella media, a quelli che la bibliografia assegna alla cera di provenienza italiana.

 

Riceviamo e pubblichiamo lo sfogo dell’apicoltore Marco Valentini che ben conosciamo da oltre venti anni. Vogliamo ricordare a tutti gli affezionati lettori di Apitalia e a Marco che alcune pagine del giornale sono e saranno aperte al libero scambio di opinioni e professionalità fra gli apicoltori. Riteniamo che tutto ciò serva come crescita per tutto il settore. Lavorare insieme, prendendo esempio dalle api, e far innalzare la qualità del miele e dei prodotti dell’alveare è il nostro obiettivo prioritario. La meta può essere raggiunta con il contributo di tutti. Insomma, uniti per l’apicoltura ma senza censure.

Massimo Ilari

 

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antibiotici, apicoltura biologica, atrazina, diossina, Marco Valentini, pesticidi
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6 risposte

 Serena Rocchi | 3 Aprile 2008 | 11:12

come al solito folgorante, incisivo e graffiante, una vera ventata di aria fresca provocatoria, ma adrenalina e energia positiva per il mondo apistico il vero rinascimento apistico nasce dalle tue parole.
senza bisogni di commenti
serena rocchi

 Marco Valentini | 4 Aprile 2008 | 14:03

Il mondo e le suole delle scarpe
Grazie Serena, mi fai arrossire. Fatico a capire coloro che pensano che il mondo finisca davanti alle suole delle proprie scarpe. Magari succede anche a noi e non ce ne rendiamo conto. Il Rinascimento del settore, ammesso e non concesso che possa partire, e dubito ancor più che lo faccia semplicemente dalle mie considerazioni, ha bisogno di persone che siano in sintonia con il cambiamento. Per il momento, osservo che quanti affermano di sostenermi (te esclusa, evidentemente), poi se restano “zittini” a casa loro, lasciandomi prendere a sberle da chi, per profitto o insipienza, condivide questo modo di agire. I nei? Selezione spinta ai confini delle conoscenze, globalizzazione delle malattie, uso indiscriminato di molecole chimiche di ogni tipo, tecniche manipolative pesantissime sulle api che stanno minando l’apicoltura occidentale. Naturalmente, l’esasperazione non ha colpito solo il nostro comparto, anzi è insita nel modello di sviluppo Occidentale. La filosofia che sta dietro a questo approccio? Pensare che le risorse di una Terra che è “aafinita” possano essere considerate “infinite” e che il loro uso indiscriminato non determini cambiamenti sostanziali. E’ un po’ la politica dello struzzo e così si continua a dire che i problemi sono solo fuori di noi. E allora? Allora questo atteggiamento non ci aiuta a risolvere le emergenze che ogni giorno siamo costretti a fronteggiare. Per senso di schifo o codardia abbiamo lasciato agire indisturbati i “manovratori” e il risultato è sotto gli occhi di tutti. Insomma, uomini e donne di “buona volontà” unitevi e, soprattutto, svegliatevi! Quelli che rimangono da soli a dire la loro rischiano di fare una brutta fine…da parte mia non ho velleità eroiche.
Grazie di nuovo.

Marco Valentini

 Leonardo Manfredini | 10 Aprile 2008 | 16:07

Caro Marco Valentini,

voglio avviare un rapporto di collaborazione e confronto serio con te e
quindi voglio fare alcune considerazioni, con il dovuto rispetto, per le tue
idee e le tue posizioni, sulle dichiarazioni che ho rilasciato ad Apitalia e
contemporaneamente controbattere ad alcune valutazioni presenti nel tuo
contributo apparso sul weblog di apitalia.net.
Tempo fa ad un nostro collega apicoltore era stato presentato un serio
problema da un suo cliente che produceva torrone: era il momento del pieno
scandalo antibiotici nel miele, subito dopo la trasmissione televisiva “mi
manda rai tre”. Ma torniamo ai fatti. I Nas avevano effettuato un’analisi al
torrone in seguito alla quale era stato rinvenuto un residuo di
tetraciclina, ammontante a diversi ppb. Il risultato fu che i Nas disposero
il sequestro di tutto il lotto di torrone e subito dopo, sia al cliente che
agli ispettori Nas, venne in mente il produttore di miele, visto lo
scandalo. L’apicoltore, disperato e messo sotto accusa in tutti i modi, si
assunse le sue responsabilità, già pronto a pagare pur sapendo di aver agito
solo per salvare le sue api ma ancora incredulo perchè lui stesso faceva
analizzare il suo miele ogni anno, senza che venisse mai fuori il benché
minimo problema. Dopo qualche giorno, però, i Nas disposero un’analisi
più approfondita del torrone e si resero conto che non era il miele a
presentare dei residui ma un altro ingrediente: le uova. E’ chiaro che vista
la direzione che avevano preso le indagini furono costretti a disporre il
dissequestro del lotto di torrone. Ve ne domanderete la ragione. Semplice,
nelle uova la legge contempla la presenza di un “tot” di residualità…
La morale? Non credo proprio che sia questo il modo di agire nei confronti
di noi apicoltori e capisco che l’antibiotico non sconfigge la malattia e
che tende a nascondere i ceppi meno resistenti alla peste ma neanche
possiamo subire danni ai nostri apiari senza una concreta via di uscita.
I selezionatori di ceppi resistenti alla peste ed alle patologie non
possiamo essere noi, senza alcun aiuto economico per il danno subito da
parte delle istituzioni e mi sono reso conto che con le buone pratiche
apistiche, bruciando i ceppi che si ammalano e disinfettando le arnie,
riesco a risanare in maniera soddisfacente solo in zone lontane da fonti di
reinfestazione della patologia(e soffro moltissimo nel dover bruciare le api
vive! Visto che la messa a sciame funziona poco).
Penso che uno o più farmaci registrati per la lotta alle pesti e al nosema
ci vorrebbeo e penso che se anche si riscontrasse un residuo di qualche ppb
nel miele non sarebbe un problema grave; solo di immagine, ma c’è da
ricordare che non ho costruito io l’immagine del miele in questi termini e
credo che si debba essere obiettivi quando si tratta di allarmare o no il
consumatore. E’ uno scandalo che noi poveri apicoltori ci rimettiamo sempre
quando negli altri alimenti non troviamo solo residualità di antibiotici ma
di tante altre cose dannose veramente per la salute. Il pollo alla diossina,
mucca pazza, il recente scandalo del vino sofisticato non ci dicono proprio
niente? Che dire dei nitrati presenti negli affettati e dei polifosfati dei
formaggi fusi? Avete letto l’articolo di Apitalia che presenta la “Campagna
Liberi dai Veleni”? Mi fermo qui, perché se andassi avanti potrei riempire
pagine e pagine sui veleni permessi, con cui ogni
giorno ci confrontiamo senza che nessuno faccia qualcosa.
Penso di poter affermare che qualche traccia di antibiotico non diano scarsa
qualità al miele, come non ne dà a tutte le eccellenze alimentari italiane e
non (vedi tante Dop e Igp, marchi consolidati come di alta qualita
alimentare).
Poi la cronaca di questi ultimi tempi, che tu conosci bene, ci fa luce sui
residui di diossina permessi nei formaggi e latticini e la diossina è un
vero e proprio veleno, non come l’antibiotico perché i 10 0 20 ppb che molti
apicoltori chiedono come limite massimo residuale non si avvicina neanche ad
un problema per la salute umana.
Da diversi anni, ormai, non uso più antibiotici per le api ma il numero di
alveari ammalati è aumentato. Ho dovuto ridurre gli alveari, produco meno
miele ed il prezzo di vendita è rimasto sempre lo stesso. Non guadagno più
come dovrei(ed io vivo solo di questo lavoro), o addirittura ci rimetto. La
logica conseguenza di questo “andazzo” è che penso già di ridimensionare
ancora e diridurre il personale: non è bello licenziare i tuoi collaboratori
dopo anni di servizio e sapendo che hanno anche loro una famiglia alle
spalle da mentenere. Tutto ciò per colpa di una carenza legislativa che non
offre strumenti adeguati e costringe in pratica tutti ad essere biologici,
anche se non certificati.
Mi ripeto, ridurre il ricorso agli antibiotici è bene, ma vietarli è male
per l’apicoltura convenzionale.
Credo che si debba avere il diritto di portare avanti realtà apistiche che,
producendo quantità elevate di miele, sicuramente di alta qualità,
contrastano l’importazione di miele dalla Cina, dall’Argentina Paesi
dell’Est ecc… e non si minaccia così la produzione biologica che già ha il
suo disciplinare da seguire e nessuno vieta loro di sfoggiare sul mercato un
prodotto senza ombra di residualità alcuna.
La mia esperienza e di tanti altri apicoltori professionisti è che dove ho
apiari con degli apicoltori di vario tipo (ma quasi sempre hobbisti o poco
più, ma non tanto per il numero degli alveari quanto per i pasticci che
combinano) che abbandonano le api o non le sanno gestire, mi trovo in forte
difficoltà nell’affrontare il problema bruciando soltanto perché l’anno
successivo siamo punto a capo. Spesso, oggi, l’unica saluzione parziale è
spostare le api in un’altra zona. Ma posso sempre abbandonare le zone
migliori?
Brucio e nessuno mi rimborsa, non ho più un reddito valido, licenzio,
ridimensiono, ho il problema della varroa. Insomma, sembra che la mia
missione sia quella di diventar matto di lavoro senza vedere risultati!
Poi credo che la mia opinione, che ha alle spalle più di 80 anni di
esperienza apistica della mia famiglia e 100 apiari in attività, sia valida
almeno quanto la tua, Caro Marco. Senza la benché minima chiusura e
preconcetto. E sì, perché sono desideroso di migliorarmi anche conoscendo la
tua realtà apistica, cosa che sicuramente mi farà crescere e capire cose
utili. Di una cosa sono altrettanto certo: non credo che i tuoi 10 apiari
possono darti il medesimo riscontro sulle patologie che io devo affrontare.
Dulcis in fundo, ringrazio Marco perchè sono certo che questo confronto è
costruttivo; ed Apitalia che lo incentiva.

 Marco Valentini | 18 Aprile 2008 | 09:02

Rispetto della legalità

Caro Leonardo,
purtroppo dimentichi alcune cose. Gli antibiotici non possono essere utilizzati in apicoltura e se si trovano nel miele vuol dire che l’apicoltore li ha usati indebitamente. Vogliamo dire che il rispetto delle leggi può dipendere di volta in volta da quello che ci accade? Diciamolo, ma poi non ci lamentiamo, per favore, di quello che succede in Italia che è agli ultimi posti per il rispetto della legalità. Se facciamo una deroga per gli apicoltori, la dobbiamo fare per tutti gli altri settori. Vorrei che tutti capissero che il rispetto della legalità, oltre che valore etico e non discriminante (perché sono soprattutto i cittadini più potenti a giovarsene) migliora il benessere. E basta fare un viaggetto in Francia, Germania, Svezia, Danimarca, Olanda…per accorgesene.
Chi usa gli antibiotici fa una discriminazione e una concorrenza sleale verso chi è ligio al dovere. Per quest’ultimo, infatti, il mercato non premia i suoi sforzi e dovrà, non è escluso, smettere di fare l’apicoltore perché chi usa molecole illegali lo può battere sui prezzi.
Le tue lamentazioni economiche, seppure degne d’ogni attenzione, non mi convincono perché per anni chi voleva allevare le proprie api seguendo le regole è stato vessato da chi ha usato molecole proibite contro le avversità delle api; perché ha avuto costi di produzione molto più bassi in quanto le perdite di capi sono state inferiori; perché ha potuto diradare le visite agli alveari e ne ha potuto allevare, di conseguenza, in numero maggiore, producendo più prodotto.
L’esperienza svizzera dice che solo eliminando le colonie sensibili alla peste americana ci si può salvare. E il danno che fanno coloro che usano gli antibiotici è quello di immettere nell’ambiente fuchi che portano con loro il gene della suscettibilità. Siccome questo è dominante (mentre quello della resistenza è recessivo) quando fecondano le regine provenienti dagli allevamenti ricchi di geni della resistenza, frutto di anni e anni di distruzioni di alveari infetti, vanificano in un attimo tutto il lavoro fatto. Ti pare giusto?
Caro mio, l’apicoltura è drogata (come tutti i comparti zootecnici ed è il motivo per il quale anche le uova usate per il torrone del tuo esempio hanno residui di tetracicline) e chi è in crisi di astinenza, per avere la sua dose giornaliera, mette tutti nello stesso calderone.
Il futuro è negli sciami artificiali; bisogna farne un buon numero per ripianare le perdite annuali e, inoltre, nel blocco della covata che permette di diminuire il numero dei trattamenti contro la varroa. Siamo professionisti? Dimostriamolo!
Un caro saluto
Marco Valentini

 Leonardo Manfredini | 20 Aprile 2008 | 13:55

Sono abbastanza daccordo con te. Ma….

Caro Marco Valentini, Ti capisco, ma voglio ribadirti alcuni concetti.
Razze di api veramente resistenti alle patologie non esistono in Italia per ora. In più ci sono molte incognite da chiarire. Ad esempio, se in passato mi fossi precipitato a bruciare ogni alveare che presentasse anche solo 1 o 2 celle di covata appestate non mi sarei reso conto che non so per quale motivo, la malattia regredisce e ricompare…la ricerca da noi lascia molto a desiderare: le istituzioni non investono più, abbastanza, in ricerca per risolvere i nostri problemi e mi rendo conto che spesso chi è preposto a fare ricerca non ha quella grinta e competenza che servono.
Io ci sto provando a fare come dici tu ma come la mettiamo con le reinfestazioni di cui ti dicevo?
Posso sempre abbandonare le zone più nettarifere perchè c’e sempre qualcuno che non sa curare le api? E magari non ha la partita Iva e se gli muoiono le api è uguale a me, tanto ha un’altra fonte di reddito; magari è tuo sostenitore, è per l’apicoltura biologica, e magari lui fa concorrenza a me e a te perche’ il miele, avendo lui un altro lavoro, lo può vendere a meno di te, tanto è tutto guadagnato.
Poi, se ogni tanto ripenso all’antibiotico è perche negli anni ‘70, le istituzioni ci hanno insegnato ad usarli, noi non ci siamo inventati niente e le istituzioni che hanno insegnato ciò sono quelle che oggi negano tutto, e non faccio nomi , per ora, perché sono enti che ancora rispetto ma sono senza un briciolo di coraggio e responsabilità; ed ho letto un manuale di apicoltura edizione 2003 che indicava gli antibiotici per la lotta alle pesti.
Poi, cambiando argomento, se il Presidente degli apicoltori professionisti italiani, Luca Bonizzoni, dichiara che la lotta alla varroa con timolo ed ossalico non funziona più così bene, io penso che chi si arrangia per salvare le api non sia così “cattivo”; spesso le leggi non sono giuste e dopo battaglie sociali sono state modificate a ragion veduta.
Comunque, sono daccordo con te: l’obiettivo è usare sempre più metodiche ecocompatibili ma ricordati che se vogliamo abbandonare i prodotti di sintesi si deve abbandonare anche il timolo che usiamo, che non è certo l’essenza di timo, o l’acido ossalico, che sempre di sintesi è, e che lascia residui nel miele ed è pericoloso per l’operatore.
Io faccio moltissimi sciami - come te - ogni anno per rimpiazzare le famiglie con problemi o se registro molte perdite e mio padre fa selezione da sempre, ma la strada è lunga. Certo, l’obiettivo è chiaro anche per me, lavoriamo insieme per un’apicoltura migliore, ci sto!

Ma l’apicoltura per professione deve dare reddito, deve essere concorrenziale sul mercato, ma se vediamo le cose un pò diversamente ci sto lo stesso! So che abbiamo percorso strade diverse finora ma il futuro è l’apicoltura unita per raggiungere qualcosa che traini il mondo apistico e non solo a livello nazionale… sei un ragazzo in gamba, ma credimi, non ritengo di averti mai messo i bastoni fra le ruote per sfavorirti nella tua apicoltura ma è il mondo apistico a livello internazionale che va cambiato e noi, a livello nazionale, come primo passo, dobbiamo essere più in sintonia, ci vuole più umiltà e più voglia di ascoltare, e qualche errore è concesso a tutti.
Troviamo il modo per non dover bruciare le nostre api vive, stimoliamo le autorità per ottenere nuovi metodi biologici per combattere le patologie, economici e pratici.

UN ABBRACCIO,
Leonardo Manfredini.

 davide marchi | 21 Giugno 2009 | 18:05

Salve il miele che sto mangiando attualmente è prodotto da un piccolo apicoltore, quanto io posso fidarmi di lui? Per fare analizzare il miele a chi mi devo rivolgere perchè non sia contraffatto e non provenga dalla cina? Qualcuno può mandarmi all’indirizzo e-mail la risposta per favore. davide.marchi.t634@alice.it

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