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Giorgio Celli: le api danno ragione a Platone

Apitalia - Redazione | 29 Marzo 2008 | 15:04
 
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Giorgio Celli: così ho messo alla prova la loro sorprendente intelligenza.

Cercheremo di dimostrare come l’ape sia, a quanto sembra, capace di pensare, il che equivale a ritenerla in condizioni di esprimere dei comportamenti intelligenti. Un antico dibattito questo, dell’intelligenza degli animali, tale da risalire ad Aristotele e a Plutarco, per dir solo di loro, che ha affascinato i filosofi come Cartesio e zoologi del comportamento, dal conte Buffon a Charles Darwin, da Jean-Henri Fabre a Konrad Lorenz.

Tutti sono d’accordo, tranne i behavioristi, che l’istinto suggerisca comportamenti innati, nel senso che al ragno nessuno insegna a tessere la tela, la sa già fare alla nascita. Le difficoltà cominciano quando si intende tracciare i confini tra istinto e intelligenza, tra quello che l’animale sa già fare e quello che deve imparare. Un tempo si pensava che tra istinto e intelligenza si ergesse una barriera invalicabile. A poco a poco, però, si è scoperto che l’istinto, mi si lasci dir così, va a scuola dall’esperienza. D’altra parte, come si può immaginare l’istinto come un semplice libro di istruzioni, una sorta di Baldassarre Castiglione del comportamento che possa prevedere le infinite sfide che pone la selezione naturale? Un robot, se lo fate camminare fuori dal pavimento liscio dei laboratori, su di un terreno accidentato, si rovescerà dopo i primi passi.

Di solito, gli etologi, che al contrario dei behavioristi puntano sull’esistenza degli istinti, riconoscendo nel contempo agli animali non di essere delle macchine fatte per rispondere a degli stimoli, ma degli organismi dotati di una certa spontaneità, di recente, seguendo la lezione di Lorenz sulle oche selvatiche, hanno cominciato a esplorare anche quei fenomeni cognitivi che le scimmie antropomorfe in prima linea, ma i polpi e le api in una certa misura, sono in grado di esprimere.

Appare sempre più chiaro, tuttavia che nell’animale l’innato e l’appreso si combinano variamente ed è possibile che il nostro cane sia più intelligente di quanto crediamo e che l’uomo sia più in balia degli istinti di quanto sia disposto a concedere. Mi sembra che le api con il loro linguaggio e con il possesso probabile di una mappa cognitiva abbiano già dimostrato di essere qualcosa di più che degli automi organici. Difatti, il loro linguaggio sembra essere convenzionale come il nostro e ogni mappa cognitiva presuppone una notevole capacità di osservazione e di astrazione. Ma, per entrare più nel vivo della questione, ci possiamo chiedere che cosa sia l’intelligenza, ricordando che ogni psicologo ne ha dato una propria definizione, ben deciso a difenderla strenuamente.

Dal canto mio, decido di scegliere, tra le diverse formule, la più ovvia: un comportamento è intelligente se risponde, e risolve, un problema nuovo. Vediamo, ora, un comportamento di campo delle nostre api. L’erba medica è una foraggera coltivata per le sue ottime qualità nutrizionali per il bestiame. I suoi fiori, è una leguminosa, sono riuniti in un’infiorescenza di diversa estensione. Il fiore è formato da cinque petali, di cui il dorsale è più grande e prende il nome di vessillo. Altri due petali, più piccoli, si espandono di lato e gli ultimi due formano la cosiddetta corona che tiene imprigionati gli organi sessuali, un pistillo e due stami.

Succede che, in questo fiore, la colonna sessuale sia mantenuta in tensione e il polline venga diffuso nell’atmosfera soltanto se la struttura si apre «a scatto». Ora, è per questo che le api non amano far raccolta di nettare, e tanto meno di polline, su questo fiore dispettoso in cui, quando la bottinatrice cerca di frugare nel suo cuore alla ricerca del cibo, la colonna sessuale «scatta» e prodiga alla visitatrice una bella frustata. Questo schiaffo a tradimento scoraggia il lavoro delle api che vanno a raccogliere sull’erba medica solo se spinte dalla necessità, quando ci sono poche fioriture, se non nessuna, nei dintorni. È qui che viene il bello: dopo aver subito molti colpi di frusta, alcune api si fanno furbe e procedono a derubare il nettare di quel fiore maleducato, inserendo la ligula, che è la loro lingua, tra i petali di lato, evitando così il castigo e procurandosi il dessert. Questo comportamento non sembra sia determinato geneticamente, nel senso più banale dell’espressione, ma bensì venga appreso dalle api dopo essere state «schiaffeggiate» più volte.

Nella mia giovinezza, dopo aver marcato delle api stordite con CO2 e liberate in un campo di medica, ho potuto constatare che almeno tre, dopo aver bottinato sette-otto fiori, ricevendo la frustata, hanno adottato la strategia del prelievo laterale. Hanno forse osservato le compagne che lo facevano? Una domanda forse un po’ troppo ingenua? Chissà…

Nel 1985 ho dato alle stampe una ricerca che mi piace raccontarvi. L’ho chiamata «Food-game» con le api, che ha conseguito dei risultati che sembrano suggerire, lo dico tra il serio e il faceto, ma dopo tutto giudicate voi, che le api possano conformarsi alla logica aristotelica. In uno spazio verde dell’allora Centro Avicolo dell’Università di Bologna, dove avevo fatto trasportare alcuni alveari, ho sistemato, davanti a loro, quattro strutture costruite allo scopo. Si trattava di edicole rette da stecche di ferro, a forma di parallelepipedo rettangolare, poste in verticale. Lo scheletro metallico era ricoperto da un telone di nylon bianco a maglie fitte che permetteva una certa trasparenza dell’interno.

Il telone presentava nella parte anteriore, volta verso gli alveari, un oblò di 60 centimetri di diametro. Dentro ogni gabbia, che chiameremo, partendo da sinistra A, B, C, D, era stato sistemato uno sgabello, alto poco meno di un metro, che presentava sul sedile una capsula Petri, con una pista di atterraggio per le api. In A la capsula conteneva una offerta alimentare, una soluzione zuccherina al 50%. In B, C, D, all’inizio dell’esperienza, le capsule contenevano solo una soluzione di acqua distillata. L’esperimento si protrasse per più tempo, con due osservazioni al giorno.

 

L’offerta alimentare

Vi racconto come sono andate le cose. Prima o poi era successo che un’ape fosse entrata per caso nella gabbia A e avesse scoperto l’offerta alimentare. Avvertiva così le compagne che si affollavano a fare incetta di acqua zuccherata. Spostavo, a questo punto, la capsula con il premio in cibo da A a D, sostituendola con una contenente solo dell’acqua. Le api accertavano così la scomparsa del dessert e davano inizio a una vera e propria caccia al tesoro. Ma come? Mica a caso. Adottavano la strategia del «prima il più vicino»: esploravano in B, poi in C, e alfine, eureka!, ritrovavano la soluzione zuccherina in D e si affollavano di nuovo a far bottino. Dopo aver spostato nuovamente la capsula premiante da D in A, avevo constatato che la strategia di ricerca era restata la stessa, solo all’inverso: entravano prima in C, poi in B ed eccole di nuovo ad attribuirsi il premio ben meritato in A. Dopo cinque o sei variazioni topografiche della capsula agognata, ho assistito a un comportamento che giudico straordinario. Le api, a ogni permutazione successiva, hanno incominciato ad andare subito in D e viceversa subito in A, dando prova di aver capito, non saprei come esprimermi altrimenti, le regole del gioco, comportandosi di conseguenza. D’altra parte, in B e in C avevano sempre trovato solo acqua. A conti fatti, non esito a definire quel comportamento, prima di cercare «nel più vicino» e dopo «nel più lontano», come delle manifestazioni di intelligenza. Qualcuno mi ha suggerito che potrebbe trattarsi della acquisizione di un ritmo, ma devo dire che l’ipotesi mi è sempre sembrata oscura e poco convincente.

Ma concludiamo con un argomento davvero cruciale: l’ape è in grado o no di generalizzare? Al momento attuale, anche in forza dei risultati successivi di altri ricercatori, mi sono convinto che le api percepiscono l’illusione. Mi sembra che sia convincente l’esperienza fatta da Giurfa.
Il ricercatore ha costruito un congegno formato da un corridoio d’accesso a una piccola camera, dalla quale partono altri due corridoi che in fondo, eventualmente, possono ospitare un’offerta di cibo. Sull’entrata del corridoio viene collocato un segnale, per esempio il colore blu. L’ape che entra in quel piccolo labirinto, dopo aver percepito il segnale sull’ingresso, si trova di fronte alla soglia di due corridoi: l’uno contrassegnato con il blu, l’altro con il giallo. Se l’ape imbocca il primo corridoio, che ha lo stesso segnale, il blu, visto all’entrata, trova un premio in cibo. Se imbocca il secondo corridoio, non trova niente di niente. Ben presto l’ape «capisce» che il cibo sarà reperibile solo nel corridoio che porta lo stesso segnale visto sull’entrata.

 

Configurazione déjà vu

Ma non basta: se al colore sostituite una struttura di linee verticali e di fronte all’incrocio l’ape deve scegliere tra le linee verticali viste all’inizio e delle altre orizzontali, il geniale insetto sceglie la configurazione «déjà vu». Poiché ha capito che il premio in cibo si trova nel corridoio contrassegnato dallo stesso segnale impresso sull’entrata, si tratti pure di un colore o di un insieme di linee o di qualsiasi altra diavoleria che lo sperimentatore possa avere immaginato. Dunque, l’ape sembra in grado di confermare Platone!

 

(Giorgio Celli, Università di Bologna - Fonte: LaStampa.it)

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