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 Pratica
L'Arnia del Popolo
 
di Marco Valentini
 
Quando si progetta la propria nuova attività di apicoltore, la scelta dell’arnia è una delle decisioni più difficili da prendere perché, una volta assunta, da quel momento in poi l’allevamento prenderà una strada prefissata, complessa da cambiare. Figuriamoci se questa decisione la vorrebbe prendere chi un allevamento di api già lo ha e pure ben avviato
 
Nel passato, gli apicoltori affidavano le proprie scelte calibrandole a quelle già operate da chi li aveva preceduti.
Così le arnie erano il frutto di piccoli cambiamenti che si erano sovrapposti in migliaia di anni e che le avevano portate ad essere le più adatte per le esigenze degli apicoltori e delle api di quel determinato luogo e momento.
Qualche esempio? In Sardegna le arnie in sughero, in Sicilia le arnie in ferula, in altri luoghi altre arnie di cui, nella maggior parte dei casi, si è persa memoria, ma che sicuramente erano il giusto compromesso tra il comportamento naturale delle api e le esigenze di raccolta degli apicoltori.
Con l’avvento dell’industrializzazione, queste arnie non sono andate più bene perché non permettevano la meccanizzazione dell’apicoltura.
Ecco che Langstroth nel 1851, la cui principale preoccupazione era di semplificare lo studio del comportamento delle api, scopre lo spazio d’ape e subito ne legge la grande portata per l’industrializzazione dell’apicoltura e brevetta la sua arnia, dopo solo un anno.
Non dimentichiamo che almeno altri due apicoltori erano arrivati a risultati simili e ciò per dire che oramai i tempi erano maturi affinché si arrivasse a quel risultato.
Ed infatti, malgrado gli antichi greci avessero già scoperto come allevare le api in alveari a favo mobile (conoscenze poi recuperate per la realizzazione della Kenya top bar), le proprietà di questo tipo di alveare si erano perse fino alla scoperta di Langstroth. Evidentemente non erano avvertite come necessarie.
Il successo, nel caso del reverendo statunitense, è stato strepitoso: prima nel suo paese natale, che più di tutti si stava impegnando nella meccanizzazione dei cicli produttivi, e poi in tutti gli altri paesi dell’occidente e non solo. Ancora oggi l’arnia Langstroth è la più utilizzata al mondo. Ma è la migliore arnia per le api?
Se potessero decidere, le api la eleggerebbero casa dell’anno? Probabilmente no. L’arnia Langstroth, e le sue imitazioni, come la nostra Dadant Blatt (e, comunque, tutte quelle a favo mobile) sono le migliori arnie per studiare il comportamento delle api (il motivo principale per la quale è stata inventata), per produrre pappa reale e regine e per ottenere la maggiore produzione per alveare: per chi ha queste esigenze, meglio dell’arnia a favo mobile non esiste nulla!
Basta questo, però, per affermare, con sicurezza, che è la migliore per fare apicoltura? La risposta è del tutto soggettiva. Nel passato molti apicoltori si sono posti la stessa domanda e lo dimostra la quantità di brevetti, più o meno fantasiosi, che giacciono nelle polverose stanze degli uffici competenti.
Ma già negli anni ‘40, un apicoltore - l’abate Warré (francese, ha messo a punto l’alveare che porta il suo nome, dopo aver studiato tutti i tipi di alveare disponibili nel suo periodo. Possedeva 350 alveari, con un minimo da 10 a 12 per modello, posti in situazioni identiche, stesso apiario, stessa direzione...) - aveva intuito quali problemi erano nascosti dietro l’elettrizzante possibilità di estrarre i favi dall’alveare e il tempo sembra dargli ragione.
Innanzitutto, la difficoltà di autocostruzione e di gestione per cui immaginava che l’apicoltura sarebbe diventata presto affare di professionisti mentre, e come dargli torto, il mondo ha bisogno che molta gente allevi api; poi l’arnia a favo mobile non è affatto la migliore se si cerca di osservarla dal punto di vista dell’ape.
Che cosa ha perso l’ape con la moderna apicoltura, è già stato tema di un mio precedente lavoro (www.bioapi.it/cosa-le-api-hanno-perso-con-lallevamento-moderno.html) ma vorrei riassu-
merlo in poche righe.
La forma dell’alveare e la coibentazione: il tronco d’albero è ancora insuperato e, probabilmente, insuperabile.
La naturale propensione a procedere, nella costruzione dei favi, dall’alto verso il basso; è estraneo al modo di agire delle api porre il melario sopra il nido perché loro se lo aspetterebbero sotto. Ma lo si mette sopra perché esse preferiscono mettere il miele in alto. L’ideale sarebbe sistemarlo sotto e aspettare, prima di raccogliere il miele, che le api abbiano spostato in basso la covata.
La libertà di autocostruire i favi sia nella grandezza della cella (che in natura è molto più piccola di quella stampata nei fogli cerei) che nell’interfavo che è molto più stretto, sia quello proposto nell’arnia a favo mobile (altro che spazioMussi, esattamente l’opposto!).
La possibilità di allevare i maschi come desiderato e, soprattutto, di sciamare; è come se a noi ci impedissero di procreare... Che triste sarebbe l’esistenza!
Nella gestione del microclima del nido. Infatti, se i favi sono attaccati alle pareti dell’arnia, l’aria (specialmente quella calda) rimane imprigionata tra i favi, soprattutto se sono “a caldo” - ovvero paralleli alla porticina di volo - come le api preferiscono costruirli; in tal modo le api sono facilitate nel mantenere il calore del nido. Nelle arnie a favo mobile i telaini lasciano degli spazi ai lati, ma anche in alto, dove fuoriesce il calore (senza dire cosa succede quando si apre l’alveare e quando si mette il melario).
Ciò potrebbe (il condizionale è d’obbligo) influire anche su alcuni comportamenti delle api; non a caso, l’estrema mobilità dell’aria all’interno dell’alveare potrebbe interferire sulla trasmissione dei feromoni.
Allora, se siete apicoltori ai quali non importa produrre regine o pappa reale; se non vi interessa ottenere una produzione per alveare da record; se non vi importa se le api sciamano e anzi vi fa piacere allevarle in maniera più naturale possibile (gli anglosassoni dicono friendly, amichevole verso le api) allora la Langstroth, la Dadand e tutte le arnie a favo mobile non sono adatte al vostro ideale di allevamento e le righe che seguiranno, probabilmente, saranno per voi molto interessanti.

L’arnia del popolo

Eloi François Émile Warré era un abate francese che cercò con grande passione di mettere a punto la migliore arnia possibile e lo fece con estrema perseveranza, nella migliore tradizione della ricerca scientifica, ponendo a confronto una decina di arnie in uso agli inizi del secolo scorso, in Francia, ed allevando ben 350 alveari. Al termine propose un’arnia che, a suo dire, per semplicità ed economicità di costruzione, corrispondenza al comportamento dell’ape e facilità di allevamento, era la migliore. Chiamò quest’arnia “arnia del popolo”, anche se è oggi più nota, per la brutta usanza in apicoltura di attribuire il nome proprio ad ogni tecnica o attrezzo che si pensa di aver inventato, arnia Warré. A me piace, invece, citarla col suo nome originale.
Warré scrisse anche un libro di apicoltura che, nello spirito che aveva guidato l’abate nel suo prezioso lavoro, è oggi possibile scaricare gratuitamente ma è necessario conoscere il francese o l’inglese, in quanto non ne esiste ancora una versione in italiano (http://warre.biobees.com/warre_5th_edition.pdf; http://www.users.callnetuk.com/~heaf/beekeeping_for_all.pdf).
Effettivamente, è un’arnia molto semplice costituita di 4 corpi le cui misure interne sono 300 mm x 300 mm e altezza 210 mm; in due dei lati esterni vi sono dei listelli che fungono da impugnatura. I telaini sono sostituiti da barrette di legno (top bar) di 24 mm x 9 mm distanziate 36 mm, dove le api iniziano a costruire i loro favi e possono avere o un taglio dove inserire una piccola porzione di foglio cereo oppure una prominenza dove colare un po’ di cera; ciò fungerà da punto di partenza dal quale le api iniziano a costruire il favo; il fondo deriva, semplicemente, dall’accoppiamento di qualche asse di legno e senza alcun rialzo; il coprifavo è sostituito da una tela (esempio di juta). Sopra la tela vi è uno spazio di 100 mm dove sistemare del materiale coibente, mentre la parte più complessa è il tetto che permette una efficiente ventilazione. I piani costruttivi possono essere scaricati a questo indirizzo: http://warre.biobees.com/warre_hive_plans_metric.pdf.
La sua principale peculiarità?
Sta nel fatto che può essere costruita a partire da legno di scarto e, quindi, praticamente a costo zero. Il corpo, nella lunghezza e larghezza, è più piccolo di una qualsiasi arnia a favo mobile e la cosa costringe le api ad essere più strette; e tutti noi apicoltori sappiamo quanto esse si sviluppano meglio se non devono presidiare uno spazio eccessivo, rispetto alla loro forza. Inoltre, durante l’inverno, le scorte saranno sempre disponibili anche quando la colonia non è particolarmente numerosa. Il favo fisso, poi, dona alle api una più semplice ed efficiente gestione del calore: si traduce in un minor consumo invernale di scorte e in un generale benessere.
Quando si ha uno sciame, ma si può partire anche da un pacco d’api, seppur questo non è precisamente nello spirito del tipo di apicoltura proposto, e un’arnia Warré a disposizione si mettono in opera direttamente due corpi (di solito, perché questo dipende dalla sua dimensione) con le top bar fornite di inizio di foglio cereo o protuberanze incerate già inserite. Le api possono costruire liberamente o quasi, visto che la distanza tra i favi lo continuiamo a decidere noi (nota), e, appena hanno costruito quasi completamente lo spazio a loro disposizione, si introduce il terzo corpo che va interposto tra il corpo più in basso e il fondo. Alcuni apicoltori hanno reso più semplice l’operazione, ritagliando in ogni corpo una semplice finestrella che mostra a che punto le api sono giunte nella costruzione dei loro favi, senza dover alzare il corpo più in basso. Qualora, durante la stagione, ci si accorge che la colonia ha bisogno di un ulteriore corpo, questo lo si aggiunge, come al solito, nella parte bassa, ovvero appena sopra il fondo.
Alla fine della prima stagione, le api - se lo sciame raccolto era piuttosto grande e precoce - probabilmente riempiranno almeno tre corpi e avranno già spostato il nido nei due corpi vicini al fondo e questo perché, in natura, le api tendono a mettere la covata in basso e il miele in alto.
A questo punto, è possibile togliere il corpo superiore per la raccolta del miele e lo si fa mediante apposizione di un apiscampo.
Naturalmente, non deve esserci né covata né fuchi, altrimenti lo strumento non funziona e, allora, va fatto in un periodo piuttosto avanti nella stagione.
L’anno successivo si riparte con due corpi e, appena le api li hanno completamente popolati, si pone il nuovo corpo, ancora una volta, tra questi e il fondo e così via. Naturalmente, il secondo anno c’è la possibilità di raccogliere più miele e si potrebbe rendere necessario inserire molti corpi.
Come è facile intuire, nell’ “arnia del popolo”, la cera non avrà mai più di un anno; le api avranno piena libertà di costruire i favi che vogliono e l’alveare sarà aperto, in alto, solo pochi minuti l’anno, durante la raccolta.

I vantaggi

Diamo ora un veloce sguardo ai vantaggi che si ottengono con l’adozione di un alveare più adatto alle esigenze delle api che non a quelle dell’apicoltore.

L’indole

La prima cosa che salta agli occhi è l’estrema docilità delle api, rispetto a quelle che vivono all’interno di alveari a favo mobile. Spesso gli alveari possono essere aperti senza l’ausilio di affumicatore e guanti. L’altra caratteristica che è immediatamente percettibile, soprattutto agli occhi di un apicoltore esperto, è l’incredibile popolosità degli alveari. Probabilmente questo dipende dal fatto che, a parità di spazio, nelle “arnie del popolo” vi sono più favi (perché l’intervafo è minore) ed anche una maggiore densità di celle per dm2. Questo è un punto senz’altro positivo per la produzione ma anche e soprattutto per la tolleranza alle malattie.
Vi è una migliore e più efficiente gestione del calore all’interno del nido (sia per i favi fissi, che per il melario posto in basso) che comporta un minor dispendio di energia e, probabilmente, un miglior benessere generale. Il ricambio della cera è molto veloce ovvero nelle “arnie del popolo” non c’è mai un favo che abbia più di un anno e questo dovrebbe essere favorevole sia per mantenere una maggiore igienicità dell’alveare sia per la riduzione dei residui di molecole indesiderate nella cera.
A parità di miele prodotto, si ottiene una maggiore quantità di cera, a volte di tre volte superiore. Le ore lavorate per alveare sono decisamente minori di quelle che richiede un alveare a favo mobile. L’escludi regina diventa un accessorio inutile per cui la regina ha libero accesso ad ogni parte dell’alveare; l’arnia costa poco e non devono essere acquistati neppure i fogli cerei.

Gli svantaggi

“L’arnia del popolo”, come si diceva in precedenza, non è la miglior arnia in assoluto e sarebbe sbagliato affermarlo. Chi la adotta, avrà estrema difficoltà ad allevare regine e produrre pappa reale; rintracciare le regine per sostituirle o per fare il blocco di covata. Anche produrre miele monofloreale, non è facile perché con questo alveare si può smielare solo una volta che la covata è scesa dal corpo più alto che contiene il miele. Infatti, il flusso nettarifero coincide con il periodo “deposizione uovo-sfarfallamento dell’adulto” ma è improbabile che scenda ad un ritmo così serrato da permettere il prelevamento dei favi che non contengano covata. Ed infatti coloro che già la utilizzano, consigliano di smielare a fine stagione.
Non è possibile produrre pacchi d’ape, e neppure utilizzare il soffiatore ed anche i trattamenti con i comuni prodotti antivarroa sono difficili da eseguire. Ad esempio, non si può fare un trattamento con prodotti che devono essere somministrati telaino per telaino; le tavolette a base di timolo devono essere poste tra un corpo e un altro del nido; per la somministrazione di acido ossalico, invece, non sussistono problemi.

La sciamatura

L’impossibilità o, meglio, la difficoltà di contenere la sciamatura, potrebbe non essere un difetto  in assoluto, in quanto è in rapporto al tipo di apicoltura che si desidera praticare.
La ragione? Gli apicoltori che usano gli alveari a favo mobile e fanno un’apicoltura professionale, dedicano molto tempo per contenere la sciamatura, cercando di rallentare la naturale progressione della colonia togliendo api (con la produzione di pacchi d’ape) e/o asportando covata (per il pareggiamento delle famiglie e per la produzione sciami artificiali) e, alla fine, distruggendo le celle reali.
Mentre gli apicoltori che utilizzano le “arnie del popolo”, esattamente come facevano coloro che allevavano le api in alveari a favo fisso, il loro tempo lo occupano raccogliendo gli sciami o, al massimo, sdoppiando le famiglie separando le due parti del nido. Insomma, per i primi la sciamatura è una iattura; per i secondi, non dico una benedizione, ma senz’altro una caratteristica da salvaguardare. Se questo, poi, lo si mette in relazione ad una minore infestazione di varroa (anche di un terzo rispetto delle famiglie che hanno sciamato rispetto a quelle che non lo hanno fatto) il vantaggio risulta duplice.Anche il metodo di smielatura, che può essere eseguita praticamente solo con una pressa, potrebbe non essere visto come un difetto in assoluto perché si riducono i costi, e si aumentano le quantità di sostanze insolubili presenti nel miele, soprattutto polline che da qualcuno potrebbe essere visto addirittura come una grande opportunità.

Varroa

Purtroppo, l’arnia Warré non elimina il problema della varroa benché, senza dubbio, lo mitiga. Chi afferma che le api libere di costruire i propri favi riescano a contenere la varroa, è in cattiva fede. Può essere, ma i dati in bibliografia sono contrastanti.
Si afferma un po’ di tutto, che per motivi di microclima interno, per il fatto che costruiscono celle più piccole, per una maggiore sanità generale, un maggiore numero di api, una maggiore sciamatura e, quindi, un blocco naturale della covata, ecc, le api riescano a tollerare meglio la varroa; ma rendere superfluo il trattamento, senza il contemporaneo allevamento di regine che abbiano il carattere della tolleranza all’acaro, non è assolutamente possibile.
A questo punto, torna utile la possibilità di conoscere il tasso di infestazione di ogni alveare, ma di ciò parlerò in un prossimo articolo.
Ciò è utile sia a evidenziare le regine che hanno il carattere della tolleranza e, dunque, a favorire la loro riproduzione, sia a trattare le colonie che hanno un tasso di infestazione negli adulti intorno ad una soglia prefissata che dipende dal periodo dell’anno in cui ci si trova ad operare, dalla quantità di covata, dalla forza della colonia e, ma è poco ponderabile, dalla situazione sanitaria e dalla tolleranza genetica della famiglia.

Le patologie dell’alveare

Una delle più frequenti contestazioni a questo alveare, anche da parte di apicoltori professionisti che ben sanno qual è la maggiore causa di diffusione di malattie tra alveari, ovvero lo scambio di materiale biologico tra alveari diversi, è quello di non poter diagnosticare in tempo le malattie delle api. A prescindere dal fatto che le api si ammalano meno se lasciate in pace, se possono gestire da sole le malattie, se la cera è sostituita frequentemente (ricordo, mai cera più vecchia di un anno), non è vero che non possono essere diagnosticate le patologie più gravi che sono quelle a carico della covata. Infatti, i favi prodotti dalle api dentro “l’arnia del popolo”, sono poco più lunghi di 19 cm e spesso la covata attraversa due corpi: è quindi piuttosto semplice dare uno sguardo alla covata osservandola dal basso. Se, poi, è proprio indispensabile visitare un favo.
Questo si può fare avendo l’accortezza di tagliare il breve cordone di cera con cui le api attaccano il favo alla parete del corpo dell’arnia.
So per certo che in Italia ci sono già alcuni apicoltori che, magari solo con pochi alveari, si stanno dilettando con questo tipo di alveare, ma nel mondo sono già centinaia di migliaia gli alveari del popolo in produzione e il web è ricchissimo di siti interessantissimi da visitare.

Un buon 2011 a tutti, api comprese.
 
 
 IMMAGINI ALLEGATE A QUESTO ARTICOLO: 6 tot.

Alveare di Christophe Certoux, da http://ruche-warre.levillage.org/Christophe%20Certoux.htm

Versione “aperta” dell’arnia Warré. Da http://warre.biobees.com/index.html

Il fondo dell'arnia Warré.

Uno dei 4 corpi dell'arnia Warré.

La tela che funge da coprifavo e il rialzo per la collocazione del materiale coibente.

Il tetto dell'arnia Warré, forse la parte più difficile da realizzare.
 
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© Apitalia - Tutti i diritti riservati
Scritto in data 23/02/2011 da Marco Valentini
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