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Continuano i roghi
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Francesco Colafemmina fa il punto su Aethina in Calabria. Tante le considerazioni e le perplessità, alla luce delle quali crediamo sia indispensabile aprire il dibattito fra le parti coinvolte, a cominciare da Ricercatori e Apicoltori. Nutriamo profondo rispetto per le Autorità e per il loro lavoro e noi di Apitalia siamo qui a disposizione di tutti

La procedura di eradicazione dell’Aethina tumida in Calabria è iniziata un mese esatto dopo la prima denuncia effettuata dal professor Vincenzo Palmeri il 5 settembre scorso. Il 5 ottobre i focolai erano ancora una ventina, oggi, 16 ottobre, sono raddoppiati nel giro di soli 10 giorni. Intanto continuano i roghi che finora hanno interessato più di 1500 alveari.

In questa vicenda restano tuttavia quattro punti da chiarire. E sarebbe opportuno cominciare quanto meno a rifletterci su. Anzitutto è ancora ignoto quale sia stato il primo focolaio di Aethina, dunque non si sa ancora in che modo sia potuta arrivare in Italia.

Allo stesso modo non sappiamo da quanto tempo sia presente in Calabria. E’ diffusa in un’area di circa 20 km di raggio che ha come epicentro la città di Rosarno e su circa 40 focolai accertati e oltre 2000 alveari controllati l’Aethina era presente allo stato di larva solo in 3 di questi, dunque all’incirca lo 0,1% degli apiari interessati dalla distruzione forsennata di questi giorni. Solo ieri, inoltre, sono stati trovati adulti di Aethina in un apiario di Santa Cristina d’Aspromonte e in uno di Oppido Mamertina, località situate all’estremo sud dell’area rossa, agli inizi del massiccio montuoso che si credeva ancora irraggiungibile per l’Aethina.

Il terzo aspetto ignoto riguarda le tempistiche di durata dell’emergenza. Non è chiaro, infatti, fino a quale prossimo stadio della diffusione del parassita si dovrà continuare a dare fuoco agli alveari. Così come non è chiaro il quarto e ultimo aspetto: l’entità dei rimborsi. C’è chi parla di circa 100 euro a famiglia, ma 100 euro coprono solo i costi delle api, manca il valore dell’attrezzatura, quello della mancata produzione, ecc.

In questo quadro, pur riponendo la massima fiducia nelle autorità, resta l’evidenza di una procedura guidata più dall’emotività che da una chiara programmazione. Cominciamo col dire che il primo documento ufficiale su questa emergenza è una “Nota” del ministero della Salute datata 12.09.2014. Nella nota si annuncia l’arrivo del parassita e si dispongono le misure previste in una Ordinanza Ministeriale del 18.06.2004 contenente le “Norme per la profilassi dell’Aethina tumida e del tropilaelaps”. E’ proprio in questa nota di dieci anni fa che si prevede la possibilità di eradicare l’Aethina. Ma l’aspetto piuttosto paradossale dell’ordinanza è che non solo non vengono determinate le condizioni per l’eradicazione, ma che la stessa viene proposta attraverso il ricorso a quanto contenuto nel decreto presidenziale del 08.02.1954. Questo decreto riguarda la distruzione di famiglie di api con conclamata peste americana. Una malattia batterica e non certo un parassita che – per inciso – può nascondersi e riprodursi anche nei melari stivati in laboratorio.

Il paradosso è, dunque, duplice: da un lato c’è il rischio che di questo passo, se non interverrà una normativa che chiarisca condizioni e limiti dell’eradicazione, si distruggano progressivamente tutti gli apiari nei quali volerà l’Aethina; dall’altro c’è il fondato sospetto che la prassi di distruzione degli apiari ricorrendo alla procedura prevista in caso di peste americana possa rivelarsi inutile nel caso dell’Aethina.

E che dire poi della nuova nota emanata dal ministero della Salute il 01.10.2014 e che estende i controlli praticamente in tutte le regioni d’Italia? Cosa succede in caso di focolaio esterno all’area rossa? Allo stato attuale l’unica ipotesi è quella di eradicare. Cosa accadrà, dunque, quando ad aprile l’Aethina uscirà da qualche glomere e ricomincerà il suo ciclo riproduttivo? Cosa accadrà quando verrà ri-scoperta a primavera in Calabria o chissà dove nel resto d’Italia? Si procederà anche qui all’eradicazione? Si continuerà a ridurre sul lastrico decine di famiglie di apicoltori italiani? O si dichiarerà l’endemicità del parassita? E a proposito di endemicità, siamo sicuri che ciò potrà avvenire presto, visto che dopo 30 anni l’endemicità della varroa non è stata ancora conclamata ufficialmente?

Occorre, in ogni caso, rendersi conto che anzitutto l’Aethina non è un dramma apocalittico e che può essere controllata. In questi giorni parlando con esperti di Aethina tumida come il professor Ellis della University of Florida o il professor Hood della Clemson University, era palpabile il loro stupore nei riguardi di questa “insana” procedura adottata in Italia. Bruciare migliaia di alveari, distruggere il patrimonio apistico di un’intera area con l’obiettivo di far terra bruciata attorno all’Aethina somiglia tanto all’azione proposta dall’esercito USA per debellare una temibile febbre emorragica scoppiata in un villaggio africano nel film con Dustin Hoffman del 1995 dal titolo Virus Letale. Analogamente alla trama del film è come se si fosse gettata una bomba potentissima su un’area di 60 km2 per sterminare tutte le api presenti assieme al loro parassita. Anche perché affrontare l’Aethina significa per certi versi rivoltare l’apicoltura italiana che è spesso random, caotica, improvvisata, romantica. E questo cambiamento costa enorme fatica. Ma come in Virus Letale spesso basta una tenera scimmietta o nel nostro caso uno sciame selvatico insediato in un muro o in un tronco d’albero a diffondere dopo qualche tempo la minaccia che si credeva eliminata per sempre. Speriamo solo che un’ipotesi del genere non si verifichi mai. D’altro canto le lobbies dei fitofarmaci (leggi neonicotinoidi) non aspettano altro che poter addossare la colpa della moria di api a un nuovo parassita, in attesa di veder riammessi i propri prodotti in Europa. Ecco perché a mio avviso non ha senso continuare a debellare le api per scongiurare la presenza dell’Aethina: bisogna al contrario conviverci migliorando le pratiche apistiche e aggiornando un’apicoltura anarchica e divisa che per salvarsi deve fare i conti con le proprie debolezze e i propri evidenti limiti.
 
(by Francesco Colafemmina - 17.10.2014)